Iscrizioni aperte al Corso Annuale SSM 2027 · Formula Prima Scelta: paghi solo se entriScopri di più

Concorso SSM

Crisi tireotossica: clinica, diagnosi e terapia

1 Ottobre 2026 · Mario Lomele

Crisi tireotossica: clinica, diagnosi e terapia

La crisi tireotossica, chiamata anche tempesta tiroidea, è la forma estrema e potenzialmente letale della tireotossicosi. Non è semplicemente un ipertiroidismo con ormoni molto alti: è uno scompenso multiorgano in cui febbre, tachiaritmie, insufficienza cardiaca, alterazioni neurologiche e disturbi gastrointestinali si sommano e si alimentano a vicenda. È un’emergenza endocrinologica rara ma classica nei quiz del Concorso SSM, soprattutto per la sequenza dei farmaci, che è uno dei punti più chiesti.

Che cos’è la crisi tireotossica

Si parla di crisi tireotossica quando un paziente con eccesso di ormoni tiroidei sviluppa uno scompenso acuto delle funzioni vitali. Il livello di ormoni circolanti non distingue in modo affidabile una tireotossicosi grave ma compensata da una crisi vera: ciò che conta è il quadro clinico. Per questo esistono sistemi a punteggio, il più noto dei quali è quello di Burch e Wartofsky, che attribuiscono punti alla temperatura, alla compromissione del sistema nervoso centrale, ai sintomi gastrointestinali ed epatici, alla frequenza cardiaca, allo scompenso cardiaco, alla fibrillazione atriale e alla presenza di un evento precipitante. Il punteggio aiuta, ma la decisione di trattare non deve mai aspettare la conferma di laboratorio.

Il substrato più comune è la malattia di Graves, cioè il morbo di Basedow, ma la crisi può comparire anche nel gozzo multinodulare tossico, nell’adenoma tossico, nelle tiroiditi e nella tireotossicosi da amiodarone o da eccesso di iodio.

Fisiopatologia e fattori scatenanti

Gli ormoni tiroidei aumentano il consumo di ossigeno, la termogenesi e la sensibilità dei tessuti alle catecolamine, perché incrementano l’espressione dei recettori beta-adrenergici. Nella crisi a questo stato di base si aggiunge un evento che fa precipitare l’equilibrio: aumento della quota di ormone libero, attivazione simpatica, maggiore richiesta metabolica. L’organismo non riesce più a dissipare il calore prodotto, il cuore lavora ad alta frequenza con riduzione del tempo di riempimento diastolico, e compaiono scompenso e aritmie.

I fattori precipitanti tipici sono le infezioni, la chirurgia (soprattutto tiroidea in un paziente non preparato), il parto, i traumi, la chetoacidosi diabetica, l’embolia polmonare, la sospensione brusca dei farmaci antitiroidei, il carico di iodio con mezzi di contrasto e la terapia radiometabolica in pazienti non adeguatamente preparati. Nei casi clinici dei quiz il fattore scatenante è quasi sempre esplicitato, ed è un indizio da non trascurare.

Il quadro clinico

Il sintomo cardine è la febbre elevata, spesso sproporzionata rispetto a un eventuale focolaio infettivo, con sudorazione profusa. La tachicardia è marcata, spesso oltre il range atteso per la sola febbre; la fibrillazione atriale ad alta risposta ventricolare è frequente, soprattutto nell’anziano. Lo scompenso può essere ad alta portata, con polsi scattanti e pressione differenziale ampia, ma può evolvere verso lo scompenso congestizio con edema polmonare e, nei casi più gravi, shock.

Il coinvolgimento neurologico va dall’agitazione e dal tremore al delirium, alla psicosi, alle convulsioni fino al coma. I sintomi gastrointestinali comprendono nausea, vomito, diarrea e dolore addominale; l’ittero è un segno di gravità. All’esame obiettivo si possono trovare gozzo, oftalmopatia nei pazienti con Graves, cute calda e umida, iperreflessia. Nell’anziano la presentazione può essere più sfumata, con apatia, calo ponderale e scompenso prevalente, la cosiddetta forma apatica.

Diagnosi

La diagnosi della crisi tireotossica è clinica e va posta in base al contesto e ai criteri di gravità. Gli esami confermano la tireotossicosi: il TSH è soppresso e gli ormoni liberi sono elevati, ma come detto il loro valore assoluto non separa la crisi dalla tireotossicosi non complicata. Vanno eseguiti emocromo, funzionalità epatica e renale, elettroliti, glicemia, calcemia (che può essere aumentata), emocolture e ricerca di focolai infettivi, elettrocardiogramma ed ecocardiogramma se c’è scompenso.

La diagnosi differenziale comprende la sepsi, il colpo di calore, l’ipertermia maligna, la sindrome neurolettica maligna, la sindrome serotoninergica, il feocromocitoma e l’intossicazione da simpaticomimetici come cocaina e anfetamine. Un elemento utile è che nella tireotossicosi la tachicardia è sproporzionata e l’anamnesi spesso rivela sintomi di ipertiroidismo nelle settimane precedenti.

Un aspetto pratico da ricordare è che il trattamento non va rinviato in attesa dei risultati ormonali: se il sospetto clinico è forte, si prelevano i campioni e si inizia subito la terapia. L’ecografia tiroidea e la scintigrafia, utili per definire la causa della tireotossicosi, non hanno alcun ruolo nella fase acuta e vengono eseguite solo dopo la stabilizzazione. Anche lo studio dell’autoimmunità, ad esempio gli anticorpi contro il recettore del TSH, appartiene alla fase successiva, quando si dovrà decidere la terapia definitiva.

Terapia: l’ordine dei farmaci

La terapia agisce su più livelli contemporaneamente e richiede ricovero in area critica. Il primo obiettivo è bloccare gli effetti periferici adrenergici con i beta-bloccanti: il propranololo è classico perché, oltre al blocco beta, a dosi elevate riduce la conversione periferica di T4 in T3; nei pazienti con scompenso o rischio di broncospasmo si preferiscono beta-bloccanti selettivi a breve emivita come l’esmololo, titolabili in infusione. Attenzione, però: in un paziente con scompenso a bassa portata il beta-blocco può precipitare lo shock, quindi va usato con cautela e monitoraggio.

Il secondo pilastro è bloccare la sintesi di nuovi ormoni con le tionamidi, cioè gli antitiroidei: il propiltiouracile ha il vantaggio teorico di inibire anche la deiodinazione periferica, mentre il metimazolo ha durata d’azione maggiore. Il terzo è bloccare il rilascio di ormone già formato con lo iodio inorganico, come la soluzione di Lugol o lo ioduro di potassio. Il punto decisivo è la sequenza: lo iodio va somministrato solo dopo almeno un’ora dalla tionamide, perché, se dato prima, fornisce substrato alla ghiandola per sintetizzare ancora più ormone.

Il quarto pilastro sono i corticosteroidi, ad esempio l’idrocortisone, che riducono la conversione di T4 in T3 e coprono una possibile insufficienza surrenalica relativa, frequente in questo stato ipermetabolico. Nei pazienti che non tollerano le tionamidi o in casi selezionati si possono usare colestiramina, che riduce il ricircolo enteroepatico degli ormoni, e, raramente, plasmaferesi o tiroidectomia d’urgenza.

Il supporto generale è altrettanto importante: raffreddamento esterno, fluidi e glucosio per compensare le perdite, antipiretici scegliendo il paracetamolo e non i salicilati, che spiazzano gli ormoni tiroidei dalle proteine di legame e aumentano la quota libera. Va trattato il fattore scatenante, in particolare l’infezione, e l’eventuale aritmia, con anticoagulazione da valutare nella fibrillazione atriale.

Come cade la crisi tireotossica al concorso

Il caso tipico descrive una paziente con ipertiroidismo noto, che ha sospeso la terapia o ha avuto un intervento o un’infezione, e si presenta con febbre alta, tachicardia sproporzionata, agitazione, diarrea. Le domande riguardano la diagnosi, il farmaco da somministrare per primo, il farmaco da non dare (aspirina o iodio prima della tionamide) e la ragione dell’uso dello steroide. Può essere utile ripassare in parallelo la crisi surrenalica, perché le due emergenze condividono l’idrocortisone ma per motivi diversi.

Per fissare la sequenza terapeutica conviene risolvere molti casi clinici e leggere il commento di ogni alternativa: le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia sono pensate proprio per questo tipo di ripasso ragionato.

Errori tipici ai quiz

L’errore più frequente è invertire l’ordine fra tionamide e iodio: chi sceglie lo iodio come primo farmaco cade nella trappola. Un altro errore comune è pensare che la diagnosi richieda valori ormonali particolarmente alti, mentre è il quadro clinico a definire la crisi. Spesso viene proposto l’acido acetilsalicilico come antipiretico: è sbagliato per l’effetto di spiazzamento degli ormoni dalle proteine di trasporto.

Altri tranelli riguardano il beta-bloccante in un paziente con scompenso severo e bassa portata, dove serve prudenza, e l’omissione dello steroide. Infine, non va confusa la crisi tireotossica con la tireotossicosi da tiroidite, nella quale le tionamidi hanno scarso effetto perché il problema è il rilascio di ormone preformato e non la sintesi.

In sintesi

La crisi tireotossica è la forma scompensata e potenzialmente fatale della tireotossicosi, scatenata spesso da infezioni, chirurgia, parto o sospensione della terapia. Si manifesta con febbre, tachicardia sproporzionata, aritmie, scompenso, alterazioni neurologiche e gastrointestinali, e si diagnostica sulla clinica, con l’aiuto di punteggi dedicati. La terapia combina beta-bloccanti, tionamidi, iodio somministrato solo dopo la tionamide, corticosteroidi, supporto generale e trattamento del fattore precipitante. Ai quiz conta soprattutto ricordare l’ordine dei farmaci e i farmaci da evitare.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

← Torna a tutte le notizie

Scrivici su WhatsApp