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Concorso SSM

Calprotectina fecale: quando serve e come si legge

5 Ottobre 2026 · Mario Lomele

Calprotectina fecale: quando serve e come si legge

La calprotectina fecale è un marcatore di infiammazione intestinale che si dosa su un piccolo campione di feci. In pochi anni è diventata uno degli strumenti più utili della gastroenterologia ambulatoriale, perché permette di separare in modo non invasivo i pazienti con disturbi funzionali, come la sindrome dell’intestino irritabile, da quelli con un’infiammazione organica della mucosa, come le malattie infiammatorie croniche intestinali. Al Concorso SSM la calprotectina compare nei casi clinici di diarrea cronica e di dolore addominale ricorrente, e i quesiti chiedono soprattutto di capire che cosa indica, che cosa non indica e quando serve davvero.

Che cos’è la calprotectina fecale

La calprotectina è una proteina che lega il calcio e lo zinco, appartenente alla famiglia S100. È contenuta in grandissima quantità nel citoplasma dei granulociti neutrofili, dove costituisce una quota importante delle proteine solubili, e in misura minore nei monociti e nei macrofagi attivati. Ha attività antimicrobica, perché sottrae ai batteri i metalli necessari alla loro crescita, e partecipa alla regolazione della risposta infiammatoria.

Quando la mucosa intestinale è infiammata, i neutrofili migrano attraverso la parete e raggiungono il lume, dove si disgregano e liberano la calprotectina, che passa nelle feci. La proteina resiste alla degradazione batterica ed enzimatica e rimane stabile per alcuni giorni a temperatura ambiente, il che consente di raccogliere il campione a domicilio. La concentrazione fecale è quindi proporzionale, in modo approssimativo, al numero di neutrofili che hanno attraversato la mucosa: è una misura indiretta dell’attività infiammatoria intestinale.

Principio del test

Il dosaggio si esegue con metodi immunologici, in genere ELISA o immunoturbidimetria e chemiluminescenza, dopo l’estrazione della proteina da una quantità standardizzata di feci. Esistono anche test rapidi semiquantitativi, utili in ambulatorio. Il risultato si esprime in microgrammi per grammo di feci, con soglie di normalità e zone grigie che dipendono dal metodo e dal laboratorio: per questo è importante seguire il paziente nel tempo sempre con lo stesso metodo analitico.

Il test è un marcatore di infiammazione, non di malattia specifica. Questo concetto è fondamentale: la calprotectina fecale si alza in qualunque condizione che richiami neutrofili nella mucosa intestinale, dalla malattia di Crohn alla gastroenterite batterica, dal carcinoma del colon all’enteropatia da farmaci antinfiammatori.

Quando si richiede la calprotectina fecale

L’indicazione principale è il paziente giovane con sintomi intestinali cronici, diarrea, dolore addominale, gonfiore, alterazioni dell’alvo, nel quale si deve decidere se proseguire con indagini endoscopiche. Una calprotectina normale, in assenza di segni d’allarme, rende molto improbabile una malattia infiammatoria cronica intestinale e sostiene la diagnosi positiva di sindrome dell’intestino irritabile, evitando colonscopie inutili. Un valore elevato, invece, giustifica l’approfondimento endoscopico.

La seconda indicazione è il monitoraggio delle malattie infiammatorie croniche già diagnosticate, la malattia di Crohn e la colite ulcerosa: la calprotectina correla con l’attività endoscopica, aiuta a valutare la risposta alla terapia, a prevedere le recidive e a verificare il raggiungimento della guarigione mucosa, obiettivo delle strategie di trattamento attuali. Viene impiegata anche dopo la resezione ileocecale nella malattia di Crohn per individuare precocemente la recidiva postoperatoria. In pediatria ha un ruolo analogo, con la cautela che nei primi anni di vita i valori fisiologici sono più alti.

Come si interpreta la calprotectina fecale

L’interpretazione si basa su tre fasce: un valore normale, una zona intermedia e un valore chiaramente aumentato. Un valore normale ha un elevato valore predittivo negativo: in un paziente senza segni d’allarme l’infiammazione organica significativa è improbabile. Un valore nella zona intermedia va ripetuto a distanza di alcune settimane, dopo aver sospeso eventuali farmaci interferenti, prima di decidere. Un valore chiaramente aumentato indica un’infiammazione della mucosa e richiede di cercarne la causa con l’endoscopia e, se necessario, con l’imaging del piccolo intestino.

Nel paziente con malattia infiammatoria nota conta soprattutto l’andamento: un aumento progressivo rispetto ai valori basali del singolo paziente può anticipare la recidiva clinica, mentre una riduzione conferma la risposta alla terapia. Il dato va sempre integrato con la clinica, la PCR e l’endoscopia: la calprotectina non sostituisce la valutazione endoscopica quando serve una decisione terapeutica importante.

Cause di aumento della calprotectina fecale

Oltre alle malattie infiammatorie croniche intestinali, la calprotectina aumenta nelle gastroenteriti infettive batteriche e parassitarie, nell’infezione da Clostridium difficile, nella colite microscopica (in modo meno costante), nella diverticolite e nella colite segmentaria associata a diverticoli, nella colite ischemica, nella colite da radiazioni, nei polipi di grandi dimensioni e nel carcinoma del colon-retto, nell’enteropatia da FANS, che è una causa frequente e sottovalutata di falso positivo, e in alcune condizioni del tratto digestivo superiore. Valori lievemente aumentati possono comparire durante la terapia con inibitori di pompa protonica, per le modificazioni del microbiota, e in presenza di sangue nelle feci.

Valori normali o poco aumentati si osservano invece nella sindrome dell’intestino irritabile, nelle diarree funzionali, nell’intolleranza al lattosio e, spesso, nella celiachia, la cui lesione è prevalentemente linfocitaria e non neutrofila.

Diagnosi differenziale della diarrea cronica e ruolo del test

Nel ragionamento sulla diarrea cronica la calprotectina fecale si inserisce come esame di primo livello, insieme all’emocromo, alla PCR, alla funzionalità tiroidea, agli anticorpi anti-transglutaminasi per la celiachia e all’esame delle feci per patogeni. Un quadro con calprotectina normale, sierologia per celiachia negativa e assenza di segni d’allarme orienta verso un disturbo funzionale. Una calprotectina elevata, specie con anemia, febbre, calo di peso o sangue nelle feci, orienta verso una causa organica.

Il test non distingue fra malattia di Crohn e colite ulcerosa, né fra infiammazione e neoplasia: per questo, oltre una certa età o con segni d’allarme, il percorso porta comunque alla colonscopia. Nello screening del carcinoma del colon-retto il test di riferimento resta la ricerca del sangue occulto nelle feci con metodo immunochimico, e le due indagini non vanno confuse.

Errori tipici sulla calprotectina fecale

Il primo errore è considerare la calprotectina un esame diagnostico di malattia infiammatoria cronica intestinale: è un marcatore di infiammazione, aspecifico per causa. Il secondo è usarla per lo screening oncologico al posto del sangue occulto. Il terzo è non chiedere dei FANS, che possono aumentare il valore in modo significativo. Il quarto è interpretare un singolo valore intermedio senza ripeterlo. Il quinto è rassicurare un paziente anziano con anemia e calo ponderale solo perché la calprotectina è normale: i segni d’allarme impongono comunque l’endoscopia. Il sesto, in pediatria, è applicare ai neonati e ai lattanti le soglie dell’adulto.

Come cade la calprotectina fecale al concorso

Nei quesiti del Concorso SSM la calprotectina fecale compare tipicamente in uno scenario costruito così: giovane adulto con dolore addominale e diarrea da mesi, nessun segno d’allarme, esami ematici normali; quale esame permette di escludere con buona affidabilità una malattia infiammatoria cronica intestinale? Oppure: paziente con colite ulcerosa in remissione clinica, quale marcatore non invasivo si usa per monitorare l’attività mucosa? Altre domande giocano sui distrattori, offrendo la VES, la PCR o il sangue occulto come alternative.

La chiave è ricordare tre concetti: proteina dei neutrofili, alto valore predittivo negativo, aspecificità per causa. Per allenarsi a riconoscere questi schemi nei casi clinici sono utili le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia, che spiegano perché un marcatore fecale risolve il quesito meglio di uno sierico. Ripassare anche la diarrea cronica aiuta a collocare l’esame nel giusto punto dell’algoritmo diagnostico.

In sintesi

La calprotectina fecale è una proteina dei neutrofili che passa nelle feci quando la mucosa intestinale è infiammata. È un test non invasivo con alto valore predittivo negativo: un risultato normale rende improbabile una malattia infiammatoria cronica e sostiene la diagnosi di disturbo funzionale. Un risultato elevato indica infiammazione, ma non ne dice la causa: infezioni, FANS, diverticolite, neoplasie possono alzarla. Si usa per selezionare i pazienti da avviare alla colonscopia e per monitorare la malattia di Crohn e la colite ulcerosa.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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