Rizoartrosi: dolore alla base del pollice e terapia
6 Ottobre 2026 · Mario Lomele
La rizoartrosi è l’artrosi dell’articolazione trapezio-metacarpale, cioè della radice del pollice. È una delle localizzazioni più frequenti dell’artrosi della mano, colpisce soprattutto donne dopo la menopausa e si manifesta con dolore alla base del pollice nei gesti di presa e di pinza, perdita di forza e, nelle fasi avanzate, deformità. Per il Concorso SSM è un argomento piccolo ma insidioso, perché si presta a quesiti di diagnosi differenziale con la tenosinovite di de Quervain, la sindrome del tunnel carpale e l’artrite reumatoide della mano.
Che cos’è la rizoartrosi
L’articolazione trapezio-metacarpale è un’articolazione “a sella” che consente al pollice movimenti molto ampi: flessione, estensione, abduzione, adduzione e soprattutto l’opposizione. Questa grande libertà di movimento ha un prezzo: la stabilità dipende in larga parte dai legamenti, in particolare dal legamento obliquo anteriore (detto anche legamento “a becco”), che trattiene la base del primo metacarpo sul trapezio. Nella pinza tra pollice e indice le forze che si scaricano sulla base del pollice sono molto più alte di quelle esercitate sulla punta delle dita.
La rizoartrosi è quindi, come le altre forme descritte nella pagina sull’artrosi, un processo degenerativo della cartilagine con sclerosi subcondrale e osteofiti, ma con un ruolo particolare della lassità legamentosa: il metacarpo tende a sublussarsi dorsalmente e radialmente, il carico si concentra sulla porzione palmare dell’articolazione e la cartilagine si consuma in modo asimmetrico.
Eziopatogenesi e fattori di rischio
La forma più comune è primaria, legata all’età, al sesso femminile, alla lassità legamentosa costituzionale, alla predisposizione familiare e ai fattori ormonali che spiegano la maggior frequenza dopo la menopausa. Le attività manuali ripetitive di presa e pinza, domestiche o lavorative, agiscono da fattori aggravanti. Spesso la rizoartrosi si associa ad artrosi delle interfalangee distali (noduli di Heberden) e prossimali (noduli di Bouchard), nell’ambito dell’artrosi nodale della mano.
Le forme secondarie possono seguire fratture articolari della base del primo metacarpo, come la frattura di Bennett o la frattura di Rolando consolidate con scalino articolare, oppure instabilità post-traumatiche. Le artropatie infiammatorie, in particolare l’artrite reumatoide, e quelle da cristalli possono danneggiare la stessa articolazione, ma con un quadro diverso e solitamente non isolato.
Clinica: dolore alla base del pollice
Il sintomo d’esordio è un dolore alla base del pollice, sul versante radiale e palmare del polso, che compare nei gesti che richiedono forza di pinza: girare una chiave, aprire un barattolo, svitare un tappo, strizzare un panno, scrivere a lungo. Il dolore è di tipo meccanico, con possibile rigidità al risveglio di breve durata. Con il tempo compare una perdita di forza nella presa e nella pinza, che il paziente descrive come “le cose mi cadono di mano”.
Nelle fasi avanzate la sublussazione dorso-radiale della base del metacarpo crea una prominenza visibile alla base del pollice, il primo spazio interdigitale si chiude per adduzione del metacarpo e l’articolazione metacarpo-falangea può andare in iperestensione compensatoria: ne deriva la tipica deformità “a Z” del pollice. All’esame obiettivo si apprezzano dolorabilità alla palpazione della trapezio-metacarpale, crepitio e dolore al test di compressione-rotazione (grind test), in cui l’esaminatore comprime assialmente il metacarpo sul trapezio ruotandolo. Il segno della “spalla” alla base del pollice e la perdita di abduzione completano il quadro.
Imaging e stadiazione
La diagnosi è clinico-radiologica. Le radiografie della mano e del pollice in proiezioni dedicate (antero-posteriore, laterale e proiezioni specifiche della trapezio-metacarpale) mostrano riduzione della rima articolare, sclerosi, osteofiti, geodi e grado di sublussazione del metacarpo. È importante valutare anche l’articolazione scafo-trapezio-trapezoidea, perché il suo coinvolgimento condiziona la scelta chirurgica: se è interessata, un intervento limitato alla trapezio-metacarpale lascerebbe una sorgente di dolore.
La classificazione più usata è quella di Eaton-Littler, descritta in termini generali come una progressione in stadi: si parte da un’articolazione con rima normale o lievemente allargata per sinovite e lassità, si passa a un restringimento con piccoli osteofiti, poi a una marcata riduzione della rima con osteofiti più grandi, fino allo stadio con coinvolgimento anche dell’articolazione scafo-trapezio-trapezoidea. Come per altre classificazioni radiografiche, la correlazione con l’intensità del dolore non è sempre stretta. Ecografia e risonanza non sono necessarie nella maggior parte dei casi; gli esami di laboratorio sono normali e servono solo se si sospetta una forma infiammatoria.
Trattamento conservativo
Il trattamento iniziale è sempre conservativo, e in molti pazienti è sufficiente a lungo. Il primo strumento è l’ortesi: un tutore di stabilizzazione della trapezio-metacarpale che lascia libere le dita e il polso, da usare di notte e durante le attività più impegnative. Si associa un programma di terapia della mano con esercizi di rinforzo dei muscoli stabilizzatori, in particolare il primo interosseo dorsale e i muscoli dell’eminenza tenar, e l’educazione alla protezione articolare, con ausili per aprire barattoli e impugnature più spesse.
I FANS, preferibilmente topici quando possibile, riducono il dolore nelle fasi di riacutizzazione. Le infiltrazioni intra-articolari di corticosteroidi possono dare un sollievo anche importante, soprattutto negli stadi iniziali, ma di durata variabile; altre sostanze infiltrative hanno un ruolo meno definito. Il trattamento conservativo non arresta l’evoluzione strutturale, ma molti pazienti convivono con la malattia senza necessità di chirurgia.
Trattamento chirurgico
La chirurgia è indicata quando il dolore resta invalidante nonostante un trattamento conservativo ben condotto. Esistono diverse opzioni, e il quesito d’esame raramente chiede la tecnica nei dettagli, ma è utile conoscerne la logica. La trapeziectomia, cioè l’asportazione del trapezio, è l’intervento più diffuso e può essere eseguita da sola o associata a una sospensione o ricostruzione legamentosa con interposizione tendinea, per evitare che il metacarpo collassi nello spazio lasciato libero. Le protesi trapezio-metacarpali, indicate in pazienti selezionati, mirano a mantenere lunghezza e forza del pollice. L’artrodesi trapezio-metacarpale è riservata soprattutto a pazienti giovani con elevate richieste di forza. Negli stadi iniziali possono essere proposte osteotomie di estensione del primo metacarpo o procedure di stabilizzazione legamentosa. L’iperestensione della metacarpo-falangea, se marcata, va corretta contestualmente per evitare la recidiva della deformità.
Questi interventi sono competenza del chirurgo della mano, figura che si forma all’interno della specializzazione in ortopedia e traumatologia o della chirurgia plastica.
Diagnosi differenziale ed errori tipici
Il dolore al versante radiale del polso ha diverse cause da conoscere. La più importante nei quiz è la tenosinovite di de Quervain, infiammazione del primo compartimento degli estensori (abduttore lungo ed estensore breve del pollice): il dolore è più prossimale, sopra lo stiloide radiale, e il test di Finkelstein è positivo, mentre il grind test è negativo. Nella pratica le due condizioni possono coesistere. La sindrome del tunnel carpale dà parestesie notturne nel territorio del mediano e non un dolore puntiforme alla base del pollice, anche se l’associazione con la rizoartrosi è frequente e va indagata prima di un intervento. L’artrosi scafo-trapezio-trapezoidea, la frattura o la pseudoartrosi dello scafoide, la tendinite del flessore radiale del carpo e il dito a scatto del pollice completano i differenziali locali. L’artrite reumatoide colpisce tipicamente metacarpo-falangee e interfalangee prossimali in modo simmetrico, con rigidità prolungata e indici di flogosi alterati.
Gli errori tipici sono confondere rizoartrosi e de Quervain invertendo i test; dimenticare di valutare la scafo-trapezio-trapezoidea prima di scegliere l’intervento; proporre la chirurgia senza un tentativo di ortesi e terapia; attribuire alla rizoartrosi parestesie che invece segnalano un tunnel carpale associato.
Come cade la rizoartrosi al concorso
Nei quesiti del Concorso SSM la rizoartrosi compare tipicamente in un caso di donna in post-menopausa con dolore alla base del pollice nell’aprire i barattoli, grind test positivo e radiografia con riduzione della rima trapezio-metacarpale. La domanda può chiedere la diagnosi, il test semeiologico che la distingue dalla tenosinovite di de Quervain, il primo trattamento (ortesi e terapia conservativa) o il principio della trapeziectomia. È frequente anche la domanda inversa, con il caso di de Quervain e la rizoartrosi fra i distrattori.
Per imparare a distinguere questi quadri in pochi secondi conviene allenarsi con casi simili: le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia propongono proprio questo tipo di confronto, con il commento delle risposte. Ripassare la rizoartrosi insieme alle altre patologie della mano rende il ripasso più efficiente.
In sintesi
La rizoartrosi è l’artrosi dell’articolazione trapezio-metacarpale, frequente nelle donne dopo la menopausa e favorita dalla lassità legamentosa. Si manifesta con dolore alla base del pollice nella pinza e nella presa, perdita di forza e, negli stadi avanzati, deformità a Z con chiusura del primo spazio. La diagnosi si basa sul grind test e sulla radiografia, che permette la stadiazione. Il trattamento inizia con ortesi, terapia della mano, analgesici e infiltrazioni; nei casi resistenti si ricorre a trapeziectomia con o senza ricostruzione legamentosa, protesi o artrodesi. Il differenziale da non sbagliare è con la tenosinovite di de Quervain.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
