Capacità di intendere e di volere: guida SSM
6 Ottobre 2026 · Mario Lomele
La capacità di intendere e di volere è un concetto cardine della medicina legale e della psichiatria forense: indica l’attitudine di una persona a comprendere il significato e le conseguenze delle proprie azioni e a determinarsi liberamente in base a quella comprensione. Il codice penale, all’art. 85, la pone a fondamento dell’imputabilità: nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se, nel momento in cui lo ha commesso, non era imputabile, ed è imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere. Ma il concetto non riguarda solo il diritto penale: ritorna nel diritto civile, nella validità degli atti, nel consenso alle cure. Questo articolo, pensato come materiale di studio e non come consulenza legale, la affronta con il taglio del Concorso SSM: definizioni, principi, ruolo del medico, procedure in termini generali, esempi pratici ed errori tipici.
Che cos’è la capacità di intendere e di volere
La capacità di intendere e di volere è composta da due elementi distinti che la dottrina medico-legale tiene separati, anche se nella realtà clinica sono spesso compromessi insieme. La capacità di intendere è l’attitudine a rendersi conto della realtà esterna, a riconoscere il valore sociale delle proprie azioni e a prevederne gli effetti; non richiede competenze giuridiche, ma una comprensione sufficiente di ciò che si sta facendo e del fatto che possa essere lecito o illecito. La capacità di volere è l’attitudine ad autodeterminarsi, cioè a scegliere fra motivi diversi e a controllare gli impulsi in modo coerente con ciò che si è compreso.
Si può quindi immaginare una persona che comprende perfettamente di stare compiendo un gesto vietato ma non riesce a trattenersi per un disturbo che annulla il controllo degli impulsi, e una persona che agisce volontariamente ma sulla base di una percezione della realtà completamente distorta, come accade in un delirio strutturato. In entrambi i casi la capacità di intendere e di volere può risultare compromessa, anche se per vie diverse. Il riferimento temporale è decisivo: la valutazione riguarda il momento in cui l’azione è stata compiuta, non lo stato attuale della persona né la sua condizione in generale.
I principi fondamentali
Il primo principio è la presunzione di capacità: l’adulto si presume capace, e l’incapacità va dimostrata in concreto. Questo vale sia in ambito penale sia in ambito civile e sanitario, dove il paziente maggiorenne è considerato in grado di decidere salvo elementi contrari. Il secondo principio è il carattere puntuale della valutazione: si accerta la capacità in rapporto a un fatto preciso e a un momento preciso. Una persona con una malattia psichiatrica cronica può essere pienamente capace in un dato momento, e una persona sana può essere temporaneamente incapace per una causa transitoria, come uno stato confusionale acuto.
Il terzo principio è la necessità di un fondamento patologico o comunque di una causa riconosciuta. In medicina legale la diminuzione o l’abolizione della capacità di intendere e di volere deve dipendere da un’infermità, cioè da un disturbo di rilevanza clinica, oppure da altre cause che l’ordinamento considera, come l’età o l’intossicazione involontaria. Il quarto principio è il nesso: non basta la presenza di una diagnosi, occorre dimostrare che quella condizione ha inciso concretamente sulla capacità nel momento del fatto. Infine, un principio spesso chiesto nei quiz: gli stati emotivi e passionali, come la gelosia o l’ira, di per sé non escludono né diminuiscono l’imputabilità, a meno che non siano espressione di un vero quadro patologico.
Le cause che possono alterarla
In termini generali le cause che possono escludere o ridurre la capacità di intendere e di volere si raggruppano in alcune famiglie. La prima è l’infermità di mente, che comprende disturbi psicotici, gravi disturbi dell’umore, quadri organici come la demenza o il delirium, e in alcuni casi gravi disturbi di personalità quando abbiano un’intensità e una rilevanza tali da incidere concretamente sul funzionamento mentale. L’infermità può essere totale, quando abolisce la capacità, o parziale, quando la riduce grandemente senza annullarla: la distinzione ha conseguenze diverse sul piano giuridico.
La seconda famiglia riguarda l’età: per i soggetti molto giovani la legge prevede l’esclusione dell’imputabilità, mentre per gli adolescenti è necessario un accertamento caso per caso della maturità. La terza riguarda le sostanze. Qui il diritto distingue in modo netto fra l’intossicazione accidentale o derivante da caso fortuito, che può escludere l’imputabilità, e quella volontaria o colposa, che in linea di principio non la esclude; diversa ancora è la cronica intossicazione, che produce danni stabili e può essere equiparata all’infermità. Su questi temi è utile ripassare le pagine sull’intossicazione da alcol e sul disturbo da uso di alcol. Infine vi sono condizioni particolari, come alcune menomazioni sensoriali congenite non compensate dall’educazione, che richiedono una valutazione specifica.
Capacità di intendere e di volere nel diritto civile e in sanità
Fuori dal processo penale il concetto si declina in modo diverso. Nel diritto civile si distingue fra capacità giuridica, che spetta a ogni persona dalla nascita, e capacità di agire, cioè l’idoneità a compiere validamente atti giuridici, che si acquisisce con la maggiore età e può essere limitata da provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Accanto a questa esiste l’incapacità naturale: una persona non sottoposta ad alcuna misura di protezione può comunque, in un momento preciso, essere priva della capacità di intendere e di volere, e gli atti compiuti in quel momento possono essere annullati se ricorrono determinate condizioni. È il caso classico del testamento o della donazione firmati in uno stato di grave compromissione cognitiva.
In ambito sanitario il concetto diventa capacità di decidere sulle cure. La legge 219/2017 colloca il consenso informato al centro della relazione di cura e presuppone che il paziente sia in grado di ricevere le informazioni, comprenderle, valutarle in rapporto ai propri valori e comunicare una scelta. Quando questa capacità manca, entrano in gioco i rappresentanti previsti dalla legge, come il tutore o l’amministratore di sostegno, e le eventuali disposizioni anticipate della persona. La capacità di decidere è specifica per decisione: un paziente può essere capace di accettare una terapia semplice e non esserlo per una scelta complessa con rischi elevati.
Il ruolo del medico e la perizia
Il medico incontra la capacità di intendere e di volere in tre situazioni principali. La prima è la pratica clinica quotidiana, in cui deve valutare se il paziente è in grado di dare un consenso valido: qui la valutazione è funzionale e si basa sul colloquio, sull’esame dello stato mentale e, se necessario, su strumenti di screening cognitivo, documentando il ragionamento in cartella. La seconda è la certificazione, quando gli viene chiesto di attestare lo stato mentale di una persona, ad esempio in vista di un atto notarile o di un procedimento di protezione: il certificato deve descrivere i dati obiettivi e non limitarsi a un giudizio generico.
La terza è il ruolo di perito o consulente tecnico, tipicamente ricoperto da specialisti in psichiatria o medicina legale, chiamati dal giudice o dalle parti a ricostruire lo stato mentale di una persona al momento di un fatto passato. In termini generali la perizia comprende lo studio degli atti e della documentazione sanitaria, uno o più colloqui clinici, l’eventuale somministrazione di test psicodiagnostici, la ricostruzione della storia clinica e la discussione del nesso fra disturbo e fatto. Il perito risponde a quesiti precisi e deve motivare le proprie conclusioni. Spesso gli viene chiesto anche di valutare la pericolosità sociale, cioè la probabilità che la persona commetta nuovi reati, concetto distinto dall’imputabilità. Chi è interessato a questa strada professionale trova spunti nella pagina sulla specializzazione in psichiatria.
Esempi pratici
Primo esempio: un uomo con schizofrenia paranoide, in fase di scompenso acuto, aggredisce un vicino che ritiene parte di un complotto contro di lui. La perizia potrà concludere per un’infermità che ha abolito la capacità di intendere e di volere al momento del fatto, perché l’azione nasce direttamente dal delirio. Secondo esempio: lo stesso paziente, in buon compenso clinico, compie un furto per motivi economici senza alcun legame con i sintomi: qui la diagnosi è la stessa, ma manca il nesso, e la capacità può essere ritenuta conservata.
Terzo esempio: una donna anziana con declino cognitivo modifica il testamento a favore di una persona conosciuta da poco. Per valutare l’eventuale incapacità naturale si studieranno la documentazione clinica dell’epoca, la gravità del deficit, la complessità dell’atto e le circostanze in cui è stato compiuto. Quarto esempio: un paziente ricoverato con stato confusionale da infezione rifiuta un esame. Il medico deve valutare se il rifiuto è espressione di una scelta consapevole o della confusione, documentarlo e, se l’incapacità è evidente, agire secondo le regole previste per i pazienti non in grado di decidere, cercando comunque di coinvolgerlo e rivalutandolo quando il quadro migliora.
Errori tipici
Il primo errore è identificare la diagnosi psichiatrica con l’incapacità: una persona con disturbo bipolare, schizofrenia o demenza lieve non è automaticamente incapace. Il secondo errore, speculare, è ritenere che una persona senza diagnosi sia sempre capace, dimenticando le cause transitorie. Il terzo errore è perdere il riferimento temporale e valutare la persona com’è oggi invece che com’era al momento del fatto. Il quarto è confondere imputabilità e pericolosità sociale, che sono concetti diversi con conseguenze diverse.
Il quinto errore riguarda le sostanze: ritenere che l’ubriachezza volontaria escluda l’imputabilità è una trappola classica dei quiz, perché il principio generale va in direzione opposta. Il sesto errore è considerare gli stati emotivi intensi come cause di incapacità. Il settimo, più legato alla pratica clinica, è non documentare la valutazione della capacità di decidere: una frase in cartella che spieghi perché il paziente è ritenuto capace o incapace protegge il paziente e il medico, ed è parte della responsabilità medica.
Come cade la capacità di intendere e di volere al concorso
Nei quiz di medicina legale la capacità di intendere e di volere compare con alcune formulazioni ricorrenti. Si chiede la definizione delle due componenti, oppure si propone un caso clinico e si domanda se la capacità sia esclusa, ridotta o conservata. Frequenti sono le domande sugli stati emotivi e passionali, sulla differenza fra intossicazione volontaria e accidentale, sul momento di riferimento della valutazione e sul rapporto fra capacità e consenso alle cure. Talvolta l’argomento viene incrociato con l’interdizione, l’amministrazione di sostegno o le disposizioni anticipate, per verificare che il candidato sappia distinguere i diversi istituti di protezione.
Per allenarti su questi casi è molto utile lavorare su domande con spiegazione di ogni alternativa: sulla Piattaforma Accademia trovi simulazioni commentate che mettono in luce le trappole più comuni, come la confusione fra diagnosi e incapacità. Il metodo di risposta è semplice: individua la causa, verifica il nesso con il fatto, collocalo nel tempo e chiediti quale ambito è in gioco, penale, civile o sanitario.
In sintesi
La capacità di intendere e di volere unisce la comprensione del significato delle proprie azioni e la capacità di autodeterminarsi. L’art. 85 del codice penale la pone a fondamento dell’imputabilità, ma il concetto vale anche nel diritto civile e nelle scelte sanitarie disciplinate dalla legge 219/2017. Si presume nell’adulto, si valuta in rapporto a un fatto e a un momento precisi, richiede una causa riconosciuta e un nesso concreto con l’azione. Le diagnosi psichiatriche non coincidono con l’incapacità, gli stati emotivi non la escludono e l’intossicazione volontaria, in linea generale, non la elimina. Al medico spetta valutarla, documentarla e, quando richiesto come perito, ricostruirla con metodo e motivazione.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
