Iscrizioni aperte al Corso Annuale SSM 2027 · Formula Prima Scelta: paghi solo se entriScopri di più

Concorso SSM

Tendinite calcifica della spalla: clinica e terapia

6 Ottobre 2026 · Mario Lomele

Tendinite calcifica della spalla: clinica e terapia

La tendinite calcifica, detta anche tendinopatia calcifica, è una condizione in cui si depositano cristalli di idrossiapatite di calcio all’interno di un tendine, più spesso nella cuffia dei rotatori della spalla e in particolare nel tendine del sovraspinato. Può restare a lungo silente oppure provocare un dolore acuto e violento, tra i più intensi della patologia muscolo-scheletrica. Al Concorso SSM è un argomento di ortopedia e reumatologia che si presta a casi clinici sul dolore di spalla, sulla diagnosi radiologica e sulla distinzione rispetto alle artropatie da microcristalli.

Che cos’è la tendinite calcifica

La malattia consiste nella formazione di depositi calcifici nello spessore di un tendine sostanzialmente vitale, a breve distanza dalla sua inserzione ossea. Si distingue dalle calcificazioni degenerative che compaiono nei tendini lesionati e invecchiati, come quelle inserzionali o associate a rotture croniche: nella tendinite calcifica il processo è attivo, cellulare, e tende spesso a risolversi spontaneamente con il riassorbimento del deposito.

La sede più tipica è la spalla, con il sovraspinato coinvolto più di frequente, seguito da infraspinato e sottoscapolare. Forme analoghe si osservano all’anca, ai glutei, al gomito, al polso, alla mano, al ginocchio e, con un quadro caratteristico, al muscolo lungo del collo, dove provocano dolore cervicale acuto e disfagia. La condizione interessa soprattutto adulti fra la quarta e la sesta decade, più spesso donne, e si associa in alcuni casi a disturbi metabolici come diabete e disfunzioni tiroidee.

Eziopatogenesi: le fasi del deposito

La causa precisa non è nota. Il modello più accettato descrive un processo ciclico mediato dalle cellule. Nella fase precalcifica, aree del tendine vanno incontro a metaplasia fibrocartilaginea, forse in relazione a ipossia locale o a fattori meccanici. Nella fase calcifica si distinguono una fase formativa, in cui i condrociti metaplastici depositano cristalli di idrossiapatite e il deposito appare compatto e a margini netti, una fase di quiescenza, in cui il deposito resta stabile e spesso asintomatico, e una fase di riassorbimento, in cui macrofagi e cellule giganti invadono il deposito, che diventa di consistenza cremosa simile a dentifricio. Nella fase postcalcifica il tendine si rimodella con tessuto di granulazione e fibroblasti.

È proprio la fase di riassorbimento quella più dolorosa: l’intensa reazione infiammatoria, l’aumento di pressione all’interno del tendine e la possibile migrazione del materiale nella borsa subacromiale, con una borsite da cristalli, spiegano il dolore acuto e violento. Questo concetto è fondamentale: la crisi dolorosa coincide spesso con l’inizio della guarigione spontanea.

Clinica

I quadri clinici sono due. Nella forma cronica o subacuta il paziente riferisce un dolore di spalla intermittente, che peggiora con l’elevazione del braccio e durante la notte, quando si dorme sul lato colpito. Il deposito, aumentando il volume del tendine, può ridurre lo spazio sotto l’acromion e generare un quadro sovrapponibile alla sindrome da conflitto subacromiale, con arco doloroso tra circa 60 e 120 gradi di abduzione e positività dei test di impingement.

Nella forma acuta, corrispondente alla fase di riassorbimento, compare un dolore improvviso e molto intenso, spesso notturno, che impedisce quasi ogni movimento della spalla, sia attivo sia passivo, e che non si allevia con il riposo. Il paziente tiene il braccio addossato al tronco. Possono esserci una lieve tumefazione, calore locale e, talvolta, una febbricola. Il quadro si risolve in genere in alcuni giorni o settimane. In altre sedi la clinica è analoga: dolore acuto localizzato, tumefazione e impotenza funzionale.

Diagnosi della tendinite calcifica

La radiografia standard della spalla, con proiezioni anteroposteriori in rotazione interna ed esterna e una proiezione ascellare o dell’outlet, è spesso sufficiente: mostra il deposito radiopaco nei tessuti molli, sopra il trochite nel caso del sovraspinato. Le caratteristiche del deposito aiutano a capire la fase: nella fase formativa è denso, omogeneo e a margini netti; nella fase di riassorbimento appare sfumato, irregolare, meno denso, talvolta con materiale che si diffonde nella borsa.

L’ecografia è molto utile, perché documenta il deposito, ne valuta le dimensioni e la consistenza, evidenzia l’eventuale borsite e la vascolarizzazione al Doppler, e permette di guidare le procedure terapeutiche. La risonanza magnetica non è necessaria nella maggior parte dei casi, ma è utile quando si sospettano lesioni associate della cuffia o quando il quadro è atipico; i depositi calcifici appaiono ipointensi in tutte le sequenze. Gli esami di laboratorio sono in genere normali e servono, nelle forme acute febbrili, a escludere un’infezione.

Terapia

Il trattamento è prima di tutto conservativo, dato che molti depositi si riassorbono spontaneamente. Nella fase acuta si utilizzano riposo relativo, ghiaccio, FANS e, in casi selezionati, un’infiltrazione di corticosteroide nella borsa subacromiale. La fisioterapia, con esercizi di mobilizzazione e rinforzo della cuffia e degli stabilizzatori della scapola, è indicata una volta controllato il dolore, per prevenire la rigidità.

Se i sintomi persistono nonostante la terapia conservativa, si ricorre a trattamenti mirati al deposito. Le onde d’urto extracorporee favoriscono la frammentazione e il riassorbimento del deposito, soprattutto nelle calcificazioni compatte. Il lavaggio ecoguidato, o barbotage, consiste nel pungere il deposito con uno o due aghi, irrigarlo con soluzione fisiologica per aspirarne il contenuto e, spesso, eseguire infine un’infiltrazione di steroide nella borsa; è particolarmente efficace nei depositi di consistenza morbida. La chirurgia artroscopica, con rimozione del deposito ed eventuale acromionplastica o riparazione del tendine, è riservata ai casi refrattari. La gestione di questi quadri rientra nel bagaglio della specializzazione in ortopedia e traumatologia e della radiologia interventistica muscolo-scheletrica.

Diagnosi differenziale

Il dolore di spalla ha molte possibili cause. La tendinite calcifica va distinta dalla rottura della cuffia, discussa nella voce sulla sindrome della cuffia dei rotatori, in cui la forza è ridotta più del movimento passivo; dalla spalla congelata, in cui la rigidità passiva, specialmente in rotazione esterna, si instaura gradualmente; dall’artrosi gleno-omerale e acromion-claveare; dalla radicolopatia cervicale e dalle cause di dolore riferito, compreso il dolore cardiaco o diaframmatico.

Nella forma acuta è essenziale escludere l’artrite settica, soprattutto in presenza di febbre e indici di flogosi elevati, e le artropatie da microcristalli. La condrocalcinosi è dovuta a cristalli di pirofosfato di calcio, che si depositano nella cartilagine articolare e nei menischi più che nei tendini; la gotta è legata a cristalli di urato monosodico e interessa tipicamente le articolazioni periferiche. La spalla di Milwaukee è un’artropatia distruttiva da cristalli di fosfato basico di calcio con versamento abbondante, propria dell’anziano.

Errori tipici

Il primo errore è confondere i cristalli: nella tendinite calcifica si tratta di idrossiapatite, non di pirofosfato né di urato, e il deposito sta nel tendine, non nella cartilagine. Il secondo è pensare che un dolore acuto e violento indichi un peggioramento irreversibile, mentre spesso corrisponde alla fase di riassorbimento e quindi alla guarigione. Il terzo è operare subito: la chirurgia è l’ultima opzione dopo terapia conservativa, onde d’urto o lavaggio ecoguidato. Infine, non bisogna dimenticare che una calcificazione visibile alla radiografia può essere un reperto occasionale e non necessariamente la causa del dolore.

Come cade la tendinite calcifica al concorso

Al Concorso SSM la tendinite calcifica compare di solito in un caso clinico di una donna di mezza età con dolore di spalla acuto, intensissimo, notturno, con impossibilità di muovere il braccio, senza trauma. La radiografia mostra un’opacità sopra il trochite. Le domande chiedono il tendine più spesso coinvolto (sovraspinato), il tipo di cristallo (idrossiapatite), l’esame di primo livello (radiografia o ecografia), la terapia iniziale (FANS e riposo) o la procedura indicata nei casi persistenti (lavaggio ecoguidato oppure onde d’urto).

Per allenarsi a distinguere tra le diverse cause di dolore di spalla nelle domande a risposta multipla, la Piattaforma Accademia mette a disposizione simulazioni commentate con la spiegazione di ogni alternativa.

In sintesi

La tendinite calcifica è un deposito di idrossiapatite di calcio in un tendine vitale, soprattutto il sovraspinato. Segue un ciclo con fase formativa, di quiescenza e di riassorbimento; quest’ultima provoca il dolore acuto più intenso ma prelude spesso alla guarigione. La clinica va da un dolore di tipo conflitto subacromiale a una crisi acuta con blocco della spalla. La radiografia e l’ecografia sono gli esami principali. La terapia è conservativa in prima battuta, con FANS, riposo, eventuale infiltrazione e fisioterapia; nei casi persistenti si usano onde d’urto e lavaggio ecoguidato, mentre l’artroscopia è riservata ai casi refrattari.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

← Torna a tutte le notizie

Scrivici su WhatsApp