Lesioni muscolari: classificazione, diagnosi e terapia
6 Ottobre 2026 · Mario Lomele
Le lesioni muscolari sono tra gli infortuni più frequenti nella pratica sportiva e comprendono un ampio spettro di quadri, dal semplice indolenzimento dopo uno sforzo insolito fino alla rottura completa di un muscolo o della sua giunzione con il tendine. Per il medico, e in particolare per chi prepara il Concorso SSM, l’argomento richiede di saper classificare la lesione, riconoscere i segni clinici che indicano gravità, scegliere l’imaging appropriato, impostare un trattamento coerente con le conoscenze attuali e identificare le complicanze da non perdere. Vediamo il tema con un taglio da manuale.
Che cosa sono le lesioni muscolari
Con il termine lesioni muscolari si indicano i danni strutturali o funzionali del muscolo scheletrico. Si distinguono due grandi meccanismi. Le lesioni indirette sono causate da forze generate dal muscolo stesso, tipicamente durante una contrazione eccentrica, cioè mentre il muscolo si allunga sotto carico, come accade agli ischiocrurali nella fase finale dell’oscillazione dello sprint o al retto femorale nel calcio del pallone. Le lesioni dirette sono provocate da un agente esterno: la contusione da trauma diretto, per esempio una ginocchiata alla coscia, e più raramente la lacerazione da taglio.
I muscoli più colpiti sono quelli biarticolari, che attraversano due articolazioni e lavorano spesso in eccentrica: ischiocrurali, retto femorale, gastrocnemio e adduttori. La sede più vulnerabile è la giunzione miotendinea, dove le fibre muscolari si inseriscono sulle strutture tendinee.
Classificazione
Storicamente le lesioni muscolari venivano classificate in tre gradi: il primo con danno di poche fibre e funzione conservata, il secondo con rottura parziale e perdita di forza, il terzo con rottura completa. Questa classificazione è semplice ma poco utile per la prognosi. Le classificazioni più moderne distinguono innanzitutto le lesioni funzionali, senza danno macroscopico evidente all’imaging, dalle lesioni strutturali, con interruzione anatomica delle fibre.
Fra le lesioni funzionali rientrano i disturbi legati alla fatica, come la contrattura e il DOMS, cioè l’indolenzimento muscolare a insorgenza ritardata che compare uno o due giorni dopo un esercizio insolito, soprattutto eccentrico, e i disturbi di origine neuromuscolare, legati a un’alterazione del controllo nervoso del tono muscolare. Le lesioni strutturali comprendono le lesioni parziali, di estensione minore o maggiore, e le lesioni subtotali o totali, incluse le avulsioni tendinee. Un aspetto prognostico importante è il coinvolgimento del tendine intramuscolare, associato a tempi di recupero più lunghi e a un rischio maggiore di recidiva.
Il vecchio termine “stiramento” non ha un significato anatomopatologico preciso e andrebbe evitato nel linguaggio clinico; anche “strappo” viene usato in modo impreciso nel linguaggio comune.
Fisiopatologia della riparazione
Dopo la lesione la riparazione muscolare segue tre fasi sovrapposte. Nella fase di distruzione si formano un ematoma e una necrosi delle fibre danneggiate, con una risposta infiammatoria che richiama neutrofili e macrofagi per rimuovere i detriti. Nella fase di riparazione le cellule satelliti, cellule staminali muscolari situate sotto la lamina basale, si attivano, proliferano e si differenziano per formare nuove fibre, mentre i fibroblasti producono una matrice che dà sostegno. Nella fase di rimodellamento le fibre rigenerate maturano e il tessuto cicatriziale si riorganizza. Se la cicatrice fibrosa prevale sulla rigenerazione, il muscolo perde elasticità e diventa più vulnerabile alle recidive: per questo il carico progressivo e controllato è parte essenziale del trattamento.
Clinica delle lesioni muscolari
Nelle lesioni indirette strutturali il paziente riferisce tipicamente un dolore acuto, improvviso, durante un gesto atletico esplosivo, talvolta descritto come una fitta o una sensazione di colpo, che lo costringe a interrompere l’attività. All’esame obiettivo si apprezzano dolore alla palpazione in un punto preciso, dolore all’allungamento passivo e alla contrazione contro resistenza, riduzione della forza e, nelle lesioni più estese, un’ecchimosi che può comparire a distanza di uno o due giorni e migrare in basso per gravità. Un difetto palpabile della sagoma muscolare suggerisce una lesione importante o una rottura completa.
Le lesioni funzionali danno invece un dolore più sfumato, una sensazione di tensione o indurimento, spesso a insorgenza graduale, senza un evento traumatico preciso. Il DOMS è diffuso, bilaterale se l’esercizio lo è stato, e si risolve spontaneamente in pochi giorni. Le contusioni si presentano con dolore, tumefazione ed ematoma nella sede del trauma, con riduzione dell’escursione articolare legata al dolore.
Diagnosi e imaging
La diagnosi è clinica, ma l’imaging serve a confermare la lesione, valutarne estensione e sede e orientare la prognosi. L’ecografia è l’esame di primo livello: è rapida, dinamica, poco costosa e consente di valutare la continuità delle fibre e l’ematoma; viene eseguita in genere a qualche giorno dal trauma, quando l’ematoma è meglio definito. La risonanza magnetica è più sensibile, valuta meglio le lesioni profonde, il coinvolgimento del tendine intramuscolare e le avulsioni, ed è preferita negli atleti di alto livello o quando la clinica non è chiara.
Nella diagnosi differenziale vanno considerati i crampi muscolari, contrazioni involontarie dolorose e transitorie senza danno strutturale; la rottura del tendine di Achille, che può essere scambiata per una lesione del gastrocnemio e si riconosce con il test di Thompson; la trombosi venosa profonda in caso di dolore e tumefazione al polpaccio; la pubalgia nel dolore inguinale dell’atleta, da distinguere dalla lesione degli adduttori; il dolore irradiato di origine lombare. Gli esami di laboratorio non servono nella lesione isolata; la creatinchinasi diventa rilevante quando si sospetta un danno muscolare diffuso.
Complicanze da riconoscere
La complicanza più frequente è la recidiva, spesso legata a un ritorno allo sport troppo precoce. Dopo una contusione importante può svilupparsi una miosite ossificante, cioè una calcificazione eterotopica all’interno del muscolo, da sospettare quando dolore e rigidità non migliorano o compare una massa dura; i massaggi energici e il calore precoce sulla contusione sono considerati fattori di rischio. Un ematoma voluminoso in una loggia muscolare chiusa, specie dopo trauma diretto o in pazienti in terapia anticoagulante, può causare una sindrome compartimentale acuta, emergenza chirurgica che si manifesta con dolore sproporzionato e aggravato dall’allungamento passivo. Infine, uno sforzo eccentrico estremo e non abituale può provocare una rabdomiolisi da esercizio, con dolore muscolare diffuso, urine scure e rischio renale: in questo caso il problema non è una lesione localizzata, ma un danno muscolare sistemico.
Gestione e trattamento
Nella fase acuta, nei primi giorni, l’obiettivo è limitare l’ematoma e proteggere il tessuto in riparazione: riposo relativo, eventualmente scarico con stampelle nelle lesioni degli arti inferiori più importanti, compressione ed elevazione dell’arto; il ghiaccio è usato per il controllo del dolore. Per quanto riguarda gli antinfiammatori non steroidei, il loro impiego è dibattuto perché l’infiammazione fa parte del processo di riparazione; quando usati, si preferiscono cicli brevi. L’immobilizzazione prolungata va evitata, perché favorisce cicatrici disorganizzate e atrofia.
Dopo la fase iniziale si passa a una mobilizzazione precoce e a un programma riabilitativo progressivo, che comprende recupero dell’escursione articolare, rinforzo muscolare con particolare attenzione all’esercizio eccentrico, lavoro sul controllo neuromuscolare e sulla stabilità del tronco, e infine gesti specifici dello sport. Il ritorno allo sport si basa su criteri funzionali, non su un numero fisso di giorni: assenza di dolore alla palpazione, all’allungamento e alla contrazione, forza e flessibilità simili al lato sano, capacità di eseguire senza sintomi i gesti sportivi ad alta intensità. Il trattamento chirurgico è riservato ad alcune lesioni complete e alle avulsioni tendinee prossimali significative, come quelle degli ischiocrurali dalla tuberosità ischiatica. Le terapie iniettive con fattori di crescita sono state proposte ma le prove a supporto restano limitate.
Prevenzione e aspetti medico-legali
La prevenzione si basa su un adeguato riscaldamento, su una progressione graduale dei carichi, sul recupero tra le sedute e sui programmi di rinforzo eccentrico, in particolare per gli ischiocrurali, che hanno mostrato di ridurre il rischio di lesione. Una lesione precedente è uno dei fattori di rischio più importanti per una nuova lesione, insieme all’età, alla fatica e agli squilibri di forza. Sul piano medico-legale generale, le lesioni muscolari possono rientrare nella valutazione di infortuni sportivi o lavorativi, e il medico deve documentare con precisione dinamica, reperti clinici e strumentali e decorso; la decisione sul ritorno all’attività agonistica, presa sulla base di criteri clinici e funzionali e comunicata chiaramente all’atleta, tutela sia il paziente sia il professionista.
Come cadono le lesioni muscolari al concorso
Al Concorso SSM le lesioni muscolari compaiono più spesso come domande di ortopedia e medicina dello sport sulla diagnosi differenziale o sulla scelta dell’esame. Lo scenario tipico è uno sprinter con dolore improvviso alla coscia posteriore durante la corsa: si chiede l’esame di primo livello, che è l’ecografia, o il muscolo più probabilmente interessato, gli ischiocrurali. Altre varianti riguardano il dolore al polpaccio in un tennista di mezza età, da distinguere dalla rottura del tendine di Achille e dalla trombosi venosa profonda, oppure la massa dura che compare settimane dopo una contusione, da riconoscere come miosite ossificante. Per argomenti affini conviene ripassare anche la lesione del crociato anteriore, che spesso compare negli stessi blocchi di domande.
Gli errori tipici sono pensare che la creatinchinasi serva per diagnosticare una lesione localizzata; immobilizzare a lungo il muscolo; proporre il ritorno allo sport in base al solo tempo trascorso; non sospettare la sindrome compartimentale di fronte a un dolore sproporzionato. Esercitarsi su casi di questo tipo con le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia aiuta a fissare i passaggi del ragionamento.
In sintesi
Le lesioni muscolari si dividono in dirette, come le contusioni, e indirette, legate soprattutto alla contrazione eccentrica dei muscoli biarticolari, con sede tipica alla giunzione miotendinea. Le classificazioni moderne distinguono lesioni funzionali e strutturali e danno valore prognostico al coinvolgimento del tendine intramuscolare. La diagnosi è clinica, confermata da ecografia di primo livello e risonanza nei casi selezionati. Il trattamento prevede protezione iniziale, mobilizzazione precoce, riabilitazione progressiva con lavoro eccentrico e ritorno allo sport su criteri funzionali; la chirurgia è riservata a rotture complete e avulsioni. Complicanze da ricordare: recidiva, miosite ossificante, sindrome compartimentale e rabdomiolisi.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
