Epicondilite: gomito del tennista e quiz SSM
27 Settembre 2026 · Mario Lomele
L’epicondilite è una delle tendinopatie più frequenti dell’arto superiore ed è conosciuta da tutti come “gomito del tennista”, anche se la maggior parte dei pazienti non ha mai preso in mano una racchetta. Per chi prepara il Concorso SSM è un argomento apparentemente semplice che nasconde diverse trappole: la sede anatomica esatta, il muscolo coinvolto, la natura degenerativa e non infiammatoria della lesione, la differenza con l’epitrocleite e le manovre semeiologiche che la smascherano. In questo articolo ripercorriamo l’argomento come lo trovereste in un buon manuale, con un occhio costante a come viene formulato nei quiz.
Che cos’è l’epicondilite
Con il termine epicondilite laterale si indica una tendinopatia dell’inserzione comune dei muscoli estensori del polso e delle dita sull’epicondilo laterale dell’omero. Il tendine più coinvolto è quello dell’estensore radiale breve del carpo (ECRB), che si inserisce proprio in quella zona e viene sollecitato in modo ripetuto durante i movimenti di estensione del polso contro resistenza, di presa e di supinazione. Il suffisso “-ite” è storicamente fuorviante: all’esame istologico non si trova un vero infiltrato infiammatorio acuto, ma un quadro di tendinosi, cioè di degenerazione del collagene con disorganizzazione delle fibre, proliferazione di fibroblasti, neovascolarizzazione disordinata e tessuto di granulazione immaturo. Per questo molti autori preferiscono parlare di epicondilalgia o di tendinopatia degli estensori.
La patologia colpisce tipicamente l’adulto fra la quarta e la quinta decade, con una distribuzione simile nei due sessi, e riguarda più spesso l’arto dominante. Il nome popolare deriva dal rovescio a una mano del tennista, gesto che carica in modo eccentrico gli estensori, ma nella pratica clinica i pazienti sono soprattutto lavoratori manuali, impiegati che usano a lungo mouse e tastiera, artigiani, muratori, persone che sollevano pesi con il palmo rivolto verso il basso.
Cause e fisiopatologia
Il meccanismo di base è il sovraccarico funzionale ripetuto. Microtraumi ripetuti sull’inserzione tendinea superano la capacità di riparazione del tessuto, che risponde con un tentativo di guarigione inefficace: il risultato è un tendine ispessito, meno elastico, con aree di degenerazione mucoide e, nei casi cronici, microrotture. La scarsa vascolarizzazione della zona inserzionale spiega la tendenza alla cronicità e il decorso lento.
Fra i fattori di rischio si ricordano le attività lavorative con movimenti ripetitivi del polso, l’uso di attrezzi vibranti, la tecnica sportiva scorretta o un’attrezzatura inadeguata (manico della racchetta di diametro sbagliato, corde troppo tese), il fumo, l’obesità e l’età, che riduce la qualità del collagene. Anche alcuni farmaci, come i fluorochinoloni, sono associati a tendinopatie, anche se il loro coinvolgimento classico riguarda soprattutto il tendine d’Achille.
Clinica: come si presenta il gomito del tennista
Il sintomo cardine è il dolore sulla faccia laterale del gomito, localizzato sull’epicondilo o appena distalmente, che può irradiarsi lungo il dorso dell’avambraccio. È un dolore meccanico: compare o peggiora quando il paziente afferra un oggetto, stringe la mano di qualcuno, solleva una tazza, gira una chiave o una maniglia, e migliora con il riposo. Nei casi più avanzati il dolore può essere presente anche a riposo e la forza di presa si riduce, tanto che il paziente riferisce di lasciar cadere gli oggetti.
All’esame obiettivo si apprezza dolorabilità alla palpazione un paio di centimetri distalmente all’epicondilo laterale, sull’inserzione dell’ECRB. L’articolazione del gomito ha un’escursione conservata, non c’è versamento e non ci sono segni di instabilità: un gomito rigido o gonfio deve far pensare ad altro. Le manovre provocative più note sono il test di Cozen (dolore all’estensione del polso contro resistenza con gomito esteso e pugno chiuso), il test di Mill (dolore all’estensione passiva del gomito con polso flesso e avambraccio pronato) e il test di Maudsley (dolore all’estensione contro resistenza del terzo dito). Un ripasso ordinato di questi test si trova nella guida alle manovre semeiologiche in ortopedia, utile anche per le altre tendinopatie dell’arto superiore.
Epicondilite ed epitrocleite: la differenza da sapere
La domanda di confronto è quasi un classico. L’epitrocleite, detta anche epicondilite mediale o “gomito del golfista”, interessa l’inserzione comune dei muscoli flessori e pronatori (in particolare pronatore rotondo e flessore radiale del carpo) sull’epitroclea, cioè sull’epicondilo mediale dell’omero. Il dolore è quindi sulla faccia mediale del gomito e si evoca con la flessione del polso e la pronazione contro resistenza. È meno frequente della forma laterale.
Un dettaglio che fa la differenza ai quiz è il rapporto con il nervo ulnare: il nervo decorre posteriormente all’epitroclea, nel canale cubitale, e nelle forme mediali può essere irritato, con parestesie al quarto e quinto dito. Nella forma laterale, invece, la diagnosi differenziale neurologica più importante è la sindrome del tunnel radiale, cioè la compressione del nervo interosseo posteriore, ramo del radiale, nell’arcata di Frohse. Qui il dolore è più distale, sulla massa muscolare dell’avambraccio, e il test di supinazione contro resistenza è più doloroso del test di Cozen.
| Caratteristica | Epicondilite laterale | Epitrocleite (mediale) |
|---|---|---|
| Nome popolare | Gomito del tennista | Gomito del golfista |
| Muscoli | Estensori, soprattutto ECRB | Flessori e pronatori |
| Movimento che evoca dolore | Estensione del polso contro resistenza | Flessione e pronazione contro resistenza |
| Nervo da considerare | Interosseo posteriore (radiale) | Ulnare |
Diagnosi: quando servono gli esami
La diagnosi è clinica. Anamnesi e manovre provocative sono sufficienti nella stragrande maggioranza dei casi, e gli esami strumentali servono a escludere altre cause o a studiare le forme che non rispondono alla terapia. La radiografia del gomito è in genere normale e viene richiesta per escludere artrosi, corpi liberi, calcificazioni o esiti di fratture. L’ecografia muscolo-tendinea mostra l’ispessimento e l’ipoecogenicità del tendine comune degli estensori, eventuali lesioni parziali e un’aumentata vascolarizzazione al power Doppler. La risonanza magnetica è riservata ai casi dubbi o candidati a chirurgia, per valutare l’estensione della lesione, il legamento collaterale laterale e le strutture articolari.
Nella diagnosi differenziale vanno considerati la radicolopatia cervicale C6-C7, che dà dolore irradiato con deficit sensitivi e riflessi alterati, l’artrosi radio-omerale, l’instabilità posterolaterale di gomito, la plica sinoviale e la già citata compressione del nervo interosseo posteriore. Anche le neuropatie da intrappolamento distali, come la sindrome del tunnel carpale, possono coesistere in chi fa lavori manuali ripetitivi e confondere il quadro.
Terapia conservativa
La storia naturale dell’epicondilite è in genere favorevole: la maggior parte dei pazienti guarisce entro un periodo che va da alcuni mesi a un anno con il solo trattamento conservativo, che rappresenta sempre la prima linea. Il primo passo è la modifica dell’attività: ridurre o sospendere i gesti che provocano dolore, correggere la postura di lavoro, cambiare l’impugnatura degli attrezzi, senza però immobilizzare completamente l’arto.
La fisioterapia è il pilastro del trattamento, con esercizi di stretching e soprattutto di rinforzo eccentrico degli estensori del polso, che stimolano il rimodellamento del tendine. Si possono associare terapia manuale, onde d’urto extracorporee e un tutore (brace) di contro-forza, cioè una fascia posizionata sull’avambraccio prossimale che riduce il carico sull’inserzione. I FANS, per via orale o topica, sono utili per il controllo del dolore nel breve periodo, ma non modificano il decorso di una lesione che è essenzialmente degenerativa.
Le infiltrazioni di corticosteroidi meritano un discorso a parte perché sono un tipico argomento da quiz: offrono un buon sollievo nel breve termine, ma nel medio-lungo periodo i risultati non sono migliori, e in alcuni studi sono peggiori, rispetto all’attesa e alla fisioterapia, con un rischio di recidiva più alto. Ripetute infiltrazioni possono inoltre causare atrofia del sottocutaneo, depigmentazione cutanea e indebolimento del tendine. Altre opzioni infiltrative, come il plasma ricco di piastrine, sono ancora oggetto di discussione e non vanno presentate come terapia standard.
Terapia chirurgica e complicanze
La chirurgia è riservata ai pazienti con sintomi invalidanti che persistono nonostante un trattamento conservativo ben condotto per un periodo prolungato, in genere di almeno sei-dodici mesi. Le tecniche, a cielo aperto, artroscopiche o percutanee, hanno lo stesso obiettivo: asportare il tessuto degenerato dell’origine dell’ECRB, cruentare l’osso per stimolare la guarigione ed eventualmente reinserire il tendine. Il chirurgo deve prestare attenzione al legamento collaterale laterale ulnare, la cui lesione iatrogena può provocare instabilità posterolaterale del gomito, e al nervo interosseo posteriore. Chi è interessato alla gestione di questi pazienti come futuro ambito di lavoro può approfondire il percorso della specializzazione in Ortopedia e Traumatologia.
Le complicanze della malattia in sé sono soprattutto la cronicizzazione del dolore, la riduzione della forza di presa e l’impatto sull’attività lavorativa. Le complicanze del trattamento comprendono quelle delle infiltrazioni ripetute (atrofia cutanea, rottura tendinea) e, per la chirurgia, infezione, rigidità, lesione nervosa e instabilità legamentosa.
Come cade l’epicondilite al concorso
Nei quiz l’epicondilite compare spesso come caso clinico breve: un adulto con dolore laterale al gomito che peggiora stringendo la mano o sollevando una borsa, con test di Cozen positivo. Le domande chiedono il muscolo coinvolto, la manovra diagnostica, il primo esame o la terapia di prima linea. Gli errori più frequenti sono prevedibili, ed è utile conoscerli in anticipo.
Il primo errore è confondere estensori e flessori: laterale significa estensori ed epicondilo, mediale significa flessori ed epitroclea. Il secondo è considerarla una patologia infiammatoria da trattare con cortisone a lungo termine, mentre il quadro è degenerativo e l’approccio iniziale è conservativo e riabilitativo. Il terzo è proporre subito la risonanza o la chirurgia: la diagnosi è clinica e l’intervento arriva solo dopo molti mesi di terapia fallita. Il quarto è associare il nervo sbagliato: l’ulnare riguarda il lato mediale, l’interosseo posteriore quello laterale. Infine, attenzione ai distrattori con un gomito tumefatto, caldo e rigido, che orientano verso artrite o borsite olecranica e non verso una tendinopatia.
Il modo migliore per fissare questi dettagli è allenarsi su domande reali: le prove degli anni precedenti del Concorso SSM mostrano come l’ortopedia venga chiesta in forma di caso clinico, e sulla Piattaforma Accademia trovi simulazioni commentate che spiegano perché ogni distrattore è sbagliato.
In sintesi
L’epicondilite laterale è una tendinopatia degenerativa da sovraccarico dell’inserzione degli estensori sull’epicondilo laterale, con coinvolgimento tipico dell’estensore radiale breve del carpo. Si presenta con dolore laterale al gomito evocato dalla presa e dall’estensione del polso contro resistenza, si diagnostica clinicamente con i test di Cozen, Mill e Maudsley e si tratta in prima linea con modifica delle attività, fisioterapia con esercizi eccentrici, tutore e analgesici. Le infiltrazioni di cortisone danno beneficio solo a breve termine e la chirurgia è l’ultima opzione. Ricorda la simmetria con l’epitrocleite, che riguarda flessori, epitroclea e nervo ulnare: è il confronto che al concorso separa la risposta giusta dal distrattore.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
