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BPCO: che cos’è, diagnosi con spirometria e terapia

11 Settembre 2026 · Mario Lomele

BPCO: che cos’è, diagnosi con spirometria e terapia

La BPCO è la malattia respiratoria che riempie gli ambulatori, i reparti di medicina d’inverno e una quota consistente degli accessi in pronto soccorso. È anche una delle diagnosi più sbagliate: per anni viene chiamata “bronchite del fumatore”, finché una spirometria non arriva a dire che l’ostruzione c’era già da tempo.

Questa è una guida ragionata per chi studia: che cos’è, come nasce, come si riconosce, come si misura la gravità e dove cadono le domande d’esame.

Che cos’è la BPCO e come nasce

BPCO sta per broncopneumopatia cronica ostruttiva: una malattia caratterizzata da sintomi respiratori persistenti e da una limitazione del flusso aereo non completamente reversibile. Quella parola — non completamente reversibile — è il cardine, ed è ciò che la separa dall’asma.

Alla base c’è una risposta infiammatoria cronica delle vie aeree e del parenchima all’inalazione di particelle nocive. Il fumo di sigaretta è la causa principale nei paesi occidentali, ma non l’unica: contano l’esposizione professionale a polveri e fumi, l’inquinamento indoor da combustione di biomasse — rilevante su scala mondiale — e, in una minoranza di casi, il deficit di alfa-1-antitripsina, da sospettare quando la malattia compare presto o in un non fumatore.

Il danno si costruisce su due binari che convivono in proporzioni diverse da paziente a paziente:

  • la bronchite cronica, con ipersecrezione di muco, ipertrofia delle ghiandole e infiammazione delle vie aeree, comprese le piccole vie periferiche dove nasce gran parte dell’ostruzione;
  • l’enfisema, cioè la distruzione dei setti alveolari con perdita del ritorno elastico polmonare: i bronchioli, privi del sostegno del parenchima, collassano in espirazione.

Il risultato comune è l’intrappolamento d’aria, che porta a iperinsufflazione polmonare: il polmone resta pieno, il diaframma si appiattisce e lavora in svantaggio meccanico. È questo, più della saturazione, a spiegare perché il paziente riferisce fame d’aria.

Come si presenta il paziente

I tre sintomi che tornano sempre sono dispnea, tosse cronica ed espettorato. La dispnea è progressiva, all’inizio solo da sforzo, e viene attribuita all’età o al peso per anni. La tosse è spesso mattutina e produttiva.

All’esame obiettivo il torace può apparire iperespanso, con riduzione del murmure vescicolare, espirio prolungato, sibili e ronchi. Nelle forme avanzate compaiono la respirazione a labbra socchiuse — un modo istintivo di mantenere aperte le vie aeree in espirazione — e l’uso dei muscoli accessori.

Va detto che le due caricature classiche, il “blue bloater” bronchitico e il “pink puffer” enfisematoso, sono utili come schema mentale ma quasi mai pure nella realtà: la maggior parte dei pazienti sta nel mezzo.

La diagnosi: senza spirometria non c’è BPCO

La diagnosi è spirometrica, e questo è il punto che l’esame verifica più spesso. Serve la dimostrazione di un’ostruzione persistente dopo broncodilatatore: un rapporto FEV1/FVC ridotto che non si normalizza.

Due errori tipici da evitare. Il primo è fare diagnosi sui soli sintomi: tosse e catarro cronici senza ostruzione sono bronchite cronica, non BPCO. Il secondo è fermarsi alla spirometria basale: senza il test dopo broncodilatatore non si può dire se l’ostruzione sia fissa o reversibile, cioè non si può distinguere dall’asma.

Gli altri esami servono a completare il quadro, non a fare la diagnosi: la radiografia del torace mostra iperdiafania e appiattimento diaframmatico ed esclude altro; la TC definisce l’enfisema e le bronchiectasie; l’emogasanalisi è indispensabile nelle forme avanzate e nelle riacutizzazioni, perché dice se c’è ipercapnia e se è acuta o compensata; il dosaggio dell’alfa-1-antitripsina va chiesto nei casi sospetti.

Come si misura la gravità

La gravità non si riassume in un numero solo, e le classificazioni moderne tengono insieme tre elementi diversi:

  1. il grado di ostruzione, dalla percentuale di FEV1 rispetto al predetto;
  2. l’impatto dei sintomi, misurato con questionari dedicati — è il ruolo della scala mMRC e del test CAT, che traducono la dispnea e la qualità di vita in un punteggio confrontabile;
  3. la storia di riacutizzazioni nell’ultimo anno, che è il migliore predittore di quelle future.

Tenere insieme i tre assi cambia la gestione: un paziente con ostruzione moderata ma due ricoveri l’anno è più fragile di uno con ostruzione severa e nessuna riacutizzazione.

Le riacutizzazioni, il vero punto di svolta

Una riacutizzazione è un peggioramento acuto dei sintomi che richiede un cambio di terapia. Le cause più frequenti sono infettive, virali o batteriche, ma vanno sempre escluse le diagnosi che le imitano: embolia polmonare, scompenso cardiaco, pneumotorace, polmonite.

Contano più di quanto sembri, per tre motivi: accelerano il declino funzionale, peggiorano la qualità di vita e ogni ricovero aumenta il rischio del successivo. È il motivo per cui la prevenzione — vaccinazioni, aderenza terapeutica, riabilitazione — pesa quanto la terapia dell’episodio acuto.

Nella gestione dell’insufficienza respiratoria acuta ipercapnica la ventilazione non invasiva ha un ruolo consolidato, e l’ossigeno va somministrato con un obiettivo di saturazione controllato: darne troppo in un paziente ipercapnico peggiora la ritenzione di anidride carbonica invece di aiutarlo. È una delle situazioni in cui la fisiopatologia si vede all’opera in pochi minuti.

I principi del trattamento

Il primo intervento, quello che modifica davvero la storia della malattia, è smettere di fumare: nessun farmaco ha lo stesso effetto sul declino funzionale.

Sul piano farmacologico la base sono i broncodilatatori inalatori a lunga durata — anticolinergici e beta-2 agonisti — con i corticosteroidi inalatori riservati a fenotipi selezionati, non a tutti. Accanto ci sono le vaccinazioni, la riabilitazione respiratoria, che migliora tolleranza allo sforzo e qualità di vita, e l’ossigenoterapia a lungo termine nei pazienti con ipossiemia cronica secondo criteri definiti.

Un dettaglio pratico che vale più di molte nozioni: una parte consistente dei fallimenti terapeutici dipende dalla tecnica inalatoria sbagliata. Controllare come il paziente usa il device è un intervento clinico a tutti gli effetti.

BPCO e asma: come non confonderle

È la diagnosi differenziale che l’esame ama, e si regge su pochi appigli solidi.

Nell’asma l’ostruzione è tipicamente reversibile, i sintomi sono variabili nel tempo e spesso notturni, l’esordio è frequentemente giovanile e c’è una storia di atopia; l’infiammazione è prevalentemente eosinofila.

Nella BPCO l’ostruzione è persistente, i sintomi sono progressivi più che variabili, l’esordio è in età adulta dopo una lunga esposizione, e l’infiammazione è prevalentemente neutrofila.

Esistono pazienti con caratteristiche di entrambe, e riconoscerlo non è un dettaglio accademico: cambia la scelta terapeutica, in particolare sul ruolo dei corticosteroidi inalatori.

Come cade la BPCO al concorso

Tre forme ricorrenti. La domanda diagnostica, che verifica se si sa che serve la spirometria dopo broncodilatatore e non bastano i sintomi. La domanda fisiopatologica, sull’intrappolamento d’aria, sull’ipercapnia o sul perché l’ossigeno a flusso libero possa essere dannoso. La domanda differenziale con l’asma, o con le cause di dispnea acuta in un paziente noto.

Un consiglio pratico: queste domande si risolvono più velocemente ragionando sulla meccanica respiratoria che ripescando una classificazione a memoria. Per allenarsi sui casi clinici costruiti come quelli reali, le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia riproducono la struttura della prova.

Se la pneumologia ti interessa oltre l’esame, vale la pena vedere anche come è fatta la specializzazione in Pneumologia, dove la BPCO è pane quotidiano.

In sintesi

La BPCO è una limitazione persistente del flusso aereo su base infiammatoria cronica, in cui convivono bronchite cronica ed enfisema e il cui marchio funzionale è l’intrappolamento d’aria. Si diagnostica con la spirometria dopo broncodilatatore, mai sui soli sintomi; la gravità si valuta mettendo insieme ostruzione, sintomi e riacutizzazioni; si tratta smettendo di fumare, con broncodilatatori a lunga durata, vaccinazioni e riabilitazione. E si distingue dall’asma per la reversibilità dell’ostruzione, che resta la domanda più frequente su questo argomento.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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