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Concorso SSM

Catetere venoso periferico: guida per il concorso

6 Ottobre 2026 · Mario Lomele

Catetere venoso periferico: guida per il concorso

Il catetere venoso periferico è il dispositivo invasivo più utilizzato in ospedale: una larga parte dei pazienti ricoverati ne ha almeno uno durante la degenza, e spesso lo si posiziona già in pronto soccorso. Proprio perché è così comune, rischia di essere sottovalutato. In realtà il suo inserimento, la sua gestione quotidiana e la sua rimozione sono atti infermieristici che richiedono competenza, tecnica asettica e capacità di riconoscere precocemente le complicanze. Nei concorsi per infermiere è un argomento ricorrente, perché permette di verificare insieme conoscenze di anatomia, di prevenzione delle infezioni e di sicurezza del paziente. Ecco che cosa sapere.

Che cos’è il catetere venoso periferico

Il catetere venoso periferico, spesso indicato con la sigla CVP o chiamato informalmente agocannula, è un piccolo tubicino flessibile in materiale plastico biocompatibile, inserito in una vena superficiale tramite un ago guida che viene poi rimosso, lasciando in sede solo la cannula. La punta del catetere resta nella vena periferica, a differenza del catetere venoso centrale, la cui punta si trova in prossimità della giunzione fra vena cava superiore e atrio destro. Questa differenza di posizione è fondamentale: nelle vene periferiche il flusso di sangue è più basso e la parete più delicata, per cui alcune soluzioni, come quelle molto concentrate, con pH estremo o con elevata osmolarità, non sono adatte alla via periferica e richiedono un accesso centrale.

I cateteri periferici si distinguono per calibro, espresso in Gauge: a un numero più alto corrisponde un diametro più piccolo. Ogni calibro è riconoscibile da un colore standardizzato del raccordo. Esistono anche dispositivi periferici di lunghezza maggiore, come i mini-midline e i midline, che restano comunque periferici ma con caratteristiche e tempi di permanenza diversi. Al concorso è utile ricordare il principio generale: si sceglie il calibro più piccolo compatibile con la terapia prevista, perché un catetere troppo grosso rispetto alla vena aumenta il rischio di flebite meccanica e di trombosi.

Indicazioni e scelta del dispositivo

Il catetere periferico è indicato quando serve un accesso venoso per un periodo relativamente breve: somministrazione di farmaci endovenosi compatibili con la via periferica, fluidoterapia, trasfusione di emocomponenti, mezzi di contrasto per esami radiologici, accesso di sicurezza in un paziente instabile o in previsione di una procedura. Non è indicato, o lo è con cautela, per farmaci vescicanti o fortemente irritanti, per soluzioni ipertoniche come la nutrizione parenterale totale ad alta osmolarità, per terapie di lunga durata o quando sono necessari prelievi frequenti e ripetuti: in questi casi si valuta un dispositivo diverso.

La scelta del dispositivo giusto per il paziente giusto è oggi considerata parte integrante della sicurezza: tenere conto della durata prevista della terapia, delle caratteristiche dei farmaci e del patrimonio venoso del paziente evita punture ripetute e complicanze. Una regola semplice ma importante: un accesso venoso si posiziona quando serve e si rimuove appena non serve più. Il catetere “di sicurezza” lasciato in sede per giorni senza utilizzo è una fonte di rischio senza beneficio.

La scelta della sede

Nell’adulto si preferiscono le vene dell’arto superiore: le vene del dorso della mano, dell’avambraccio, la cefalica e la basilica. Si parte di solito dalle sedi più distali, risalendo in caso di tentativi successivi, e si preferisce, quando possibile, l’arto non dominante, per lasciare al paziente maggiore autonomia. Le vene della piega del gomito sono accessibili e robuste ma, trovandosi in una zona di flessione, espongono di più a dislocazione e occlusione; molti protocolli le riservano all’urgenza o ai prelievi. Gli arti inferiori, nell’adulto, si evitano per il maggior rischio di trombosi e di flebite.

Vanno evitate le vene sclerotiche, già flebitiche o trombizzate, le zone con lesioni cutanee, ustioni o infezioni, l’arto con una fistola artero-venosa per dialisi, l’arto paretico e l’arto omolaterale a una dissezione linfonodale ascellare, e le zone di flessione quando esistono alternative. Nei pazienti con patrimonio venoso difficile l’uso dell’ecografia per guidare il posizionamento è sempre più diffuso e riduce i tentativi falliti.

Come si posiziona il catetere venoso periferico: la procedura

La procedura, descritta in termini generali, comincia con la verifica dell’indicazione e l’identificazione del paziente, a cui si spiega che cosa si sta per fare. Si prepara il materiale: catetere del calibro scelto, laccio emostatico, antisettico previsto dal protocollo, guanti, garze sterili, medicazione trasparente semipermeabile, prolunga o raccordo senza ago, siringa con soluzione fisiologica per il lavaggio, contenitore per taglienti. Si esegue l’igiene delle mani, si posiziona il laccio a monte della sede scelta e si palpa la vena, che dovrebbe risultare elastica e ben riempita.

Si disinfetta la cute con l’antisettico indicato, lasciandolo asciugare completamente e senza più palpare la sede dopo la disinfezione: è un punto che le commissioni chiedono spesso, perché toccare la cute disinfettata vanifica l’antisepsi. Si indossano i guanti, si tende la cute a valle per stabilizzare la vena, si inserisce l’ago con il bisello rivolto verso l’alto e con angolo ridotto, si osserva il reflusso di sangue nella camera, si fa avanzare la cannula mantenendo fermo l’ago guida, si rilascia il laccio, si rimuove l’ago attivando il sistema di sicurezza e lo si smaltisce subito nel contenitore per taglienti. Si collega il raccordo, si verifica la pervietà con un lavaggio di soluzione fisiologica, osservando l’assenza di gonfiore e di dolore, e si fissa il catetere con la medicazione trasparente, che permette di ispezionare la sede.

La procedura si chiude con la registrazione: data e ora di inserimento, sede, calibro, numero di tentativi, nome dell’operatore. Molti protocolli chiedono di annotare la data anche sulla medicazione. Senza questi dati non è possibile monitorare il dispositivo né rispettare le indicazioni sulla sua gestione.

Gestione quotidiana e sicurezza del paziente

Una volta posizionato, il catetere va sorvegliato almeno una volta per turno e ogni volta che lo si utilizza. Si osserva la sede attraverso la medicazione trasparente, si chiede al paziente se avverte dolore o bruciore, si palpa delicatamente la zona circostante, si controllano il flusso e l’integrità del fissaggio. Per standardizzare l’osservazione si usano scale di valutazione della flebite, che assegnano un punteggio sulla base di dolore, arrossamento, gonfiore, indurimento e cordone venoso palpabile, e indicano quando rimuovere il dispositivo.

Prima e dopo ogni somministrazione, e fra farmaci diversi, si esegue un lavaggio con soluzione fisiologica con tecnica pulsante, che crea turbolenza e riduce i depositi all’interno del lume. I raccordi senza ago vanno disinfettati prima di ogni accesso, rispettando il tempo di contatto. La medicazione si sostituisce quando è bagnata, sporca o staccata e secondo i tempi del protocollo. Quanto alla durata di permanenza, le indicazioni attuali tendono a non sostituire il catetere a scadenza fissa in assenza di problemi, ma solo quando è clinicamente indicato; la regola concreta da applicare è comunque quella della procedura aziendale. Ogni giorno bisogna chiedersi se il catetere serve ancora: la rimozione tempestiva è la misura di prevenzione più efficace.

Complicanze del catetere venoso periferico

La complicanza più frequente è la flebite, che può essere meccanica, da attrito del catetere sulla parete venosa, chimica, da farmaci irritanti, o infettiva. Si manifesta con dolore, arrossamento, calore e talvolta un cordone palpabile lungo il decorso della vena, e può evolvere in trombosi venosa superficiale. Altre complicanze locali sono l’infiltrazione, cioè la fuoriuscita di liquido non irritante nei tessuti, lo stravaso di farmaci vescicanti, l’ematoma, l’occlusione del catetere e la sua dislocazione. Le complicanze infettive vanno dall’infezione locale, che può estendersi ai tessuti come una cellulite infettiva, fino alla batteriemia correlata al catetere, che rientra fra le infezioni correlate all’assistenza. Rare ma da conoscere sono l’embolia gassosa e l’embolizzazione di un frammento di catetere, evento possibile se si reintroduce l’ago guida nella cannula.

Di fronte a segni di complicanza la condotta generale è fermare l’infusione, valutare la sede, rimuovere il catetere se indicato, informare il medico, trattare secondo protocollo e documentare. In caso di sospetta infezione, la procedura può prevedere la coltura della punta o l’emocoltura su indicazione medica.

Errori tipici e rimozione corretta

Gli errori più comuni sono quasi sempre legati a pochi comportamenti: palpare la sede dopo la disinfezione, non lasciare asciugare l’antisettico, scegliere un calibro eccessivo per la vena, posizionare in zona di flessione senza necessità, reinserire l’ago guida nella cannula dopo averlo ritirato, fissare il catetere con cerotti che coprono la sede impedendone l’ispezione, non eseguire il lavaggio prima e dopo i farmaci, lasciare in sede un catetere inutilizzato, non documentare data e sede. Ognuno di questi errori ha una conseguenza precisa, infettiva o meccanica, ed è proprio questo legame causa-effetto che le commissioni vogliono sentire.

Anche la rimozione ha le sue regole: si interrompono le infusioni, si esegue l’igiene delle mani e si indossano i guanti, si rimuove la medicazione con delicatezza, si sfila la cannula parallelamente alla cute, si comprime la sede con garza sterile per il tempo necessario, più a lungo nei pazienti in terapia anticoagulante, si controlla che il catetere sia integro e si applica una medicazione. Si registrano ora della rimozione, condizioni della sede e motivo.

Come cade il catetere venoso periferico al concorso

Le domande più frequenti riguardano la scelta del calibro e la corrispondenza fra Gauge e diametro, le sedi preferibili e quelle da evitare, la sequenza della procedura, l’angolo di inserimento e la posizione del bisello, il divieto di reinserire l’ago guida, il tipo di medicazione, il lavaggio, la sorveglianza della sede e i segni di flebite. All’orale capita la domanda pratica: “Il paziente riferisce bruciore durante l’infusione e la sede è gonfia: che cosa fa?”. Si risponde fermando l’infusione, valutando la sede, distinguendo fra infiltrazione e stravaso in base al farmaco, rimuovendo il catetere se indicato, informando il medico e documentando.

Per allenarsi su questi quesiti è utile lavorare su simulazioni realistiche e rileggere le spiegazioni: la Piattaforma Accademia offre simulazioni commentate pensate per i concorsi sanitari.

In sintesi

Il catetere venoso periferico è un accesso a breve termine, con punta in una vena superficiale, indicato per farmaci e liquidi compatibili con la via periferica. Si sceglie il calibro più piccolo adeguato, la sede più distale idonea, si posiziona con tecnica asettica e senza ripalpare dopo la disinfezione, si fissa con medicazione trasparente e si documenta. Va sorvegliato a ogni turno, lavato prima e dopo ogni farmaco e rimosso appena non serve più o alla comparsa di complicanze. Flebite, infiltrazione, stravaso e infezione sono le complicanze da riconoscere: saperle descrivere con le relative azioni è la chiave per rispondere bene al concorso.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara ai concorsi sanitari con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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