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Concorso SSM

Coliche del lattante: diagnosi e gestione per l’SSM

30 Settembre 2026 · Mario Lomele

Coliche del lattante: diagnosi e gestione per l’SSM

Le coliche del lattante sono una delle esperienze più faticose dei primi mesi di vita, per i bambini e soprattutto per i genitori, e sono un argomento che al Concorso SSM viene proposto con una logica precisa: riconoscere un quadro benigno ed autolimitato, rassicurare la famiglia, evitare terapie inutili e, soprattutto, non lasciarsi sfuggire le cause organiche di pianto che richiedono un intervento rapido. In questo articolo affrontiamo il tema in modo ordinato, dalla definizione agli errori tipici dei quiz.

Che cosa sono le coliche del lattante

Con coliche del lattante si indicano episodi di pianto prolungato, inconsolabile e apparentemente immotivato in un bambino altrimenti sano, che cresce bene. Storicamente la definizione più citata è la “regola del tre” di Wessel: pianto per più di tre ore al giorno, per più di tre giorni alla settimana, per almeno tre settimane. I criteri attuali, detti di Roma IV, sono più pratici e non richiedono di contare le ore con precisione: il lattante ha meno di cinque mesi all’esordio, presenta periodi ricorrenti e prolungati di pianto, agitazione o irritabilità che iniziano e finiscono senza una causa evidente e che i genitori non riescono a prevenire o a calmare, e non ha segni di scarso accrescimento, febbre o malattia.

La colica è quindi una diagnosi clinica che si pone in un contesto preciso: bambino in buona salute, crescita regolare, esame obiettivo normale. Senza questi requisiti non si può parlare di colica, e il pianto va indagato come sintomo di altro.

Quando compaiono e come evolvono le coliche del lattante

La storia naturale è molto caratteristica. Il pianto compare di solito nelle prime settimane di vita, tende ad aumentare fino a raggiungere un picco intorno alla sesta settimana, e si riduce progressivamente per risolversi spontaneamente intorno al terzo-quarto mese, raramente oltre il quinto. Gli episodi si concentrano spesso nel tardo pomeriggio e in serata. Il bambino durante la crisi può arrossire in volto, flettere le cosce sull’addome, stringere i pugni, inarcarsi ed emettere gas, comportamenti che i genitori interpretano come dolore addominale, anche se non è dimostrato che l’origine sia intestinale.

Questa evoluzione autolimitata è il messaggio centrale da trasmettere alle famiglie ed è anche uno dei dati più richiesti ai quiz: un pianto che inizia dopo i quattro-cinque mesi, oppure che persiste a lungo oltre, non si inquadra facilmente nella colica e merita una rivalutazione.

Eziologia: un fenomeno multifattoriale

La causa delle coliche non è nota e con ogni probabilità non è unica. Le ipotesi comprendono fattori gastrointestinali, come l’immaturità della motilità intestinale, l’ingestione di aria, alterazioni della flora intestinale con differenze nella composizione del microbiota, e in una quota di casi un’intolleranza o allergia alle proteine del latte vaccino. Vi sono poi fattori legati allo sviluppo neurologico, perché il pianto serale sembra rappresentare in parte un’espressione estrema della normale curva del pianto nei primi mesi, legata all’immaturità della regolazione di sonno e veglia. Infine contano fattori psicosociali e relazionali, come la stanchezza e l’ansia dei genitori, la difficoltà nel leggere i segnali del bambino, lo stress familiare.

Il fumo materno durante la gravidanza e nell’ambiente è stato associato a una maggiore frequenza di coliche. Non esiste invece una differenza rilevante fra bambini allattati al seno e bambini alimentati con formula: la colica non è di per sé un motivo per sospendere l’allattamento materno, principio ribadito anche nella scheda sull’allattamento al seno.

Diagnosi: prima escludere ciò che non è colica

La diagnosi di colica richiede anamnesi accurata ed esame obiettivo completo, compreso il controllo del peso e della curva di crescita. Non sono necessari esami di laboratorio o strumentali quando il quadro è tipico. Il valore della visita è soprattutto quello di escludere cause organiche di pianto, che nel lattante sono numerose e talvolta pericolose.

Fra le cause da cercare sistematicamente ci sono le infezioni, come l’otite media, le infezioni urinarie o, più raramente, la meningite, soprattutto se c’è febbre o il bambino appare sofferente. Vanno valutate le cause chirurgiche addominali: l’invaginazione intestinale, che provoca crisi di pianto parossistico con pallore e intervalli di benessere, talvolta vomito e feci con sangue e muco; l’ernia inguinale incarcerata, da cercare sempre esaminando le regioni inguinali; la torsione del testicolo. L’esame deve includere la ricerca del “tourniquet” di capello, un capello o un filo avvolto attorno a un dito della mano, del piede o al pene, che causa ischemia e pianto inconsolabile.

Occorre ancora considerare l’abrasione corneale, le fratture, compresi i segni di maltrattamento, il reflusso con esofagite, l’allergia alle proteine del latte vaccino, le anomalie cardiache con scompenso durante i pasti, e gli effetti di farmaci o sostanze assunti dalla madre che allatta. Qualunque elemento fuori dal quadro tipico, come febbre, vomito biliare o a getto, sangue nelle feci, scarsa crescita, letargia, fontanella tesa, un pianto dal carattere diverso dal solito, richiede accertamenti.

Terapia: rassicurazione e sostegno ai genitori

Il cardine della gestione è la rassicurazione informata. I genitori devono sapere che il bambino è sano, che il pianto non è colpa loro, che il fenomeno è comune e che si risolverà spontaneamente nei mesi successivi. Si possono suggerire strategie di consolazione come il contatto pelle a pelle, il cullare, il movimento ritmico, il rumore bianco, una riduzione degli stimoli ambientali, senza la pretesa che funzionino sempre.

Una parte essenziale dell’intervento riguarda il benessere dei genitori. Il pianto incessante è un fattore di rischio noto per la sindrome del bambino scosso: i genitori vanno avvisati del pericolo di scuotere il bambino, e incoraggiati, quando si sentono sopraffatti, a metterlo al sicuro nella culla e allontanarsi qualche minuto, a chiedere aiuto a un’altra persona. Il medico deve anche essere attento ai segni di esaurimento e di depressione post-partum, che il pianto persistente può aggravare e che a sua volta rende più difficile la gestione del bambino.

Per quanto riguarda gli interventi specifici, le evidenze sono limitate. Il probiotico Lactobacillus reuteri ha mostrato un possibile beneficio nella riduzione del tempo di pianto nei lattanti allattati al seno, con risultati meno chiari in quelli alimentati con formula. Se si sospetta un’allergia alle proteine del latte vaccino, si può proporre una prova limitata nel tempo di dieta materna senza latte vaccino nel bambino allattato al seno, oppure di formula estesamente idrolizzata in quello alimentato artificialmente. Non sono raccomandati il simeticone, di efficacia non dimostrata, né i farmaci anticolinergici come la diciclomina, controindicati per il rischio di effetti avversi gravi nei lattanti. Gli inibitori di pompa protonica non sono indicati per il pianto isolato. Anche i rimedi erboristici e le tisane vanno scoraggiati, per l’assenza di prove e il rischio di ridurre l’assunzione di latte.

Segni d’allarme da non confondere con le coliche del lattante

Il punto più delicato è sapere quando il pianto non va attribuito alle coliche del lattante. Sono segni d’allarme la febbre, in particolare nel lattante sotto i tre mesi, il vomito a getto o biliare, il sangue nelle feci, la diarrea, lo scarso incremento ponderale, la letargia o l’ipotonia, l’irritabilità alla manipolazione, la fontanella bombata, un pianto acuto e flebile, la difficoltà respiratoria, la sudorazione e la fatica durante le poppate, l’esordio dopo i quattro mesi o un cambiamento improvviso nel carattere del pianto. Anche lividi o lesioni non spiegate devono far pensare al maltrattamento. In presenza di uno solo di questi elementi, la diagnosi di colica va sospesa finché non si sono escluse cause organiche.

Come cadono le coliche del lattante al concorso

Ai quiz le coliche del lattante compaiono di solito come caso clinico di un bambino di cinque o sei settimane con pianto serale inconsolabile, esame obiettivo normale e crescita regolare. La risposta attesa è quasi sempre la rassicurazione dei genitori, senza esami e senza farmaci. Le varianti più insidiose inseriscono un dettaglio discordante, come febbre, vomito o un’ernia inguinale, per verificare che il candidato non si fermi alla prima impressione, oppure chiedono quale terapia sia controindicata o inutile.

Per imparare a leggere questi dettagli senza fretta è utile allenarsi sui quesiti reali: nella sezione con le prove degli anni precedenti del concorso SSM trovi il materiale ufficiale. Sulla Piattaforma Accademia sono disponibili simulazioni commentate che spiegano perché ogni opzione è giusta o sbagliata. E per chi immagina il proprio futuro accanto ai bambini e alle loro famiglie, la specializzazione in pediatria è il percorso naturale.

Errori tipici ai quiz

Gli errori più ricorrenti sono prescrivere un inibitore di pompa protonica o un antispastico per un lattante che piange ma cresce bene; consigliare la sospensione dell’allattamento al seno; richiedere esami del sangue o ecografie in un quadro tipico; attribuire alla colica un pianto che inizia dopo i cinque mesi; trascurare la visita completa, che deve includere regioni inguinali, genitali, dita e orecchie; dimenticare il rischio di scuotimento e il sostegno ai genitori. Un altro errore è pensare che le coliche lascino conseguenze a lungo termine sullo sviluppo del bambino: la prognosi è ottima.

In sintesi

Le coliche del lattante sono episodi di pianto prolungato e inconsolabile in un bambino sano sotto i cinque mesi, con picco intorno alla sesta settimana e risoluzione spontanea entro il terzo-quarto mese. La causa è multifattoriale e la diagnosi è clinica, ma richiede un esame completo per escludere infezioni, cause chirurgiche, tourniquet di capello, traumi e maltrattamento. La terapia si fonda sulla rassicurazione, sul sostegno ai genitori e sulla prevenzione dello scuotimento; il probiotico e la prova dietetica hanno un ruolo limitato, mentre farmaci come simeticone, anticolinergici e inibitori di pompa non sono indicati. Ricordare questi punti permette di affrontare con sicurezza ogni quesito sull’argomento.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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