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Concorso SSM

Ipertensione arteriosa: cause, danno d’organo e terapia

22 Settembre 2026 · Mario Lomele

Ipertensione arteriosa: cause, danno d’organo e terapia

L’ipertensione arteriosa è la condizione cronica più diffusa nella popolazione adulta e il principale fattore di rischio modificabile per ictus, infarto, scompenso cardiaco e insufficienza renale. È una malattia silenziosa, che per anni non dà sintomi e che viene scoperta spesso per caso o quando ha già danneggiato gli organi bersaglio. Per chi prepara il Concorso Nazionale SSM è un tema che tocca la cardiologia, la nefrologia, l’endocrinologia e la farmacologia, e che le commissioni propongono con quesiti sulla classificazione, sulle forme secondarie, sul danno d’organo e sulla scelta dei farmaci. In questo articolo ripercorriamo l’ipertensione arteriosa nell’ordine di un buon manuale, dalla definizione alla gestione delle emergenze.

Che cos’è l’ipertensione arteriosa

L’ipertensione arteriosa è l’aumento persistente della pressione arteriosa sistemica oltre valori che, sulla base di studi epidemiologici, si associano a un incremento del rischio cardiovascolare tale da giustificare l’intervento. La relazione tra pressione e rischio è continua e non esiste una soglia biologica netta; la soglia diagnostica è una convenzione clinica. Nelle linee guida europee la diagnosi si pone per valori clinici pari o superiori a 140 mmHg di sistolica e 90 mmHg di diastolica, confermati in più misurazioni e in più occasioni, con soglie più basse per le misurazioni domiciliari e per il monitoraggio delle ventiquattro ore. La pressione si classifica poi in gradi crescenti, e si distinguono l’ipertensione sistolica isolata, tipica dell’anziano per la rigidità delle grandi arterie, la pressione normale-alta, e le forme particolari come l’ipertensione da camice bianco, elevata solo in ambulatorio, e l’ipertensione mascherata, normale in ambulatorio ma elevata a domicilio. Il concetto chiave è che la diagnosi non si fa su una singola misurazione e che le misurazioni fuori dallo studio medico hanno un valore prognostico spesso superiore.

Cause e classificazione

In oltre nove casi su dieci l’ipertensione è primaria o essenziale, cioè senza una causa singola identificabile: è il risultato dell’interazione tra predisposizione genetica poligenica e fattori ambientali come l’eccesso di sodio nella dieta, l’obesità, la sedentarietà, l’alcol, lo stress e l’invecchiamento vascolare. La restante minoranza è secondaria a una causa specifica, che va ricercata in presenza di segnali d’allarme: esordio in età giovane o improvviso peggioramento, ipertensione resistente a tre farmaci di cui un diuretico, ipokaliemia spontanea, danno d’organo sproporzionato, caratteristiche cliniche suggestive. Le forme secondarie più frequenti sono le malattie del parenchima renale, l’iperaldosteronismo primario, oggi riconosciuto come molto più comune di quanto si ritenesse, la stenosi dell’arteria renale su base aterosclerotica o fibrodisplasica, la sindrome delle apnee ostruttive del sonno e i farmaci, tra cui antinfiammatori non steroidei, estroprogestinici, corticosteroidi, simpaticomimetici, ciclosporina ed eritropoietina. Più rare ma classiche al concorso sono il feocromocitoma, la sindrome di Cushing, l’ipertiroidismo, l’iperparatiroidismo, l’acromegalia e la coartazione aortica, che si sospetta nel giovane con pressione elevata agli arti superiori e polsi femorali deboli o ritardati.

Fisiopatologia

La pressione arteriosa è il prodotto della gittata cardiaca per le resistenze vascolari periferiche, e ogni forma di ipertensione altera uno o entrambi i fattori. Nell’ipertensione essenziale giovanile prevale spesso un aumento della gittata da iperattività simpatica, mentre nella forma stabilizzata dell’adulto dominano le resistenze elevate per rimodellamento delle arteriole, con ispessimento della parete e riduzione del lume. Il rene ha un ruolo centrale attraverso la gestione del sodio: una ridotta capacità di escrezione del sodio a pressioni normali sposta verso l’alto la curva pressione-natriuresi. Il sistema renina-angiotensina-aldosterone contribuisce con la vasocostrizione da angiotensina II, la ritenzione di sodio da aldosterone e gli effetti profibrotici su cuore e vasi; la disfunzione endoteliale, con ridotta disponibilità di ossido nitrico, riduce la vasodilatazione. Nel tempo l’aumento del postcarico induce ipertrofia ventricolare sinistra, la pressione elevata accelera l’aterosclerosi e danneggia il microcircolo di rene, retina e cervello. La comprensione di questi meccanismi spiega direttamente il razionale delle classi farmacologiche.

Clinica e danno d’organo

L’ipertensione arteriosa non complicata è asintomatica nella maggior parte dei pazienti. La cefalea occipitale mattutina, le vertigini, l’epistassi e l’acufene sono tradizionalmente attribuiti alla pressione alta ma hanno scarsa specificità e compaiono soprattutto per valori molto elevati. Quello che conta clinicamente è il danno d’organo mediato dall’ipertensione. A livello cardiaco si sviluppano ipertrofia ventricolare sinistra, disfunzione diastolica, fibrillazione atriale, cardiopatia ischemica e scompenso cardiaco. A livello vascolare compaiono rigidità arteriosa, placche carotidee, arteriopatia periferica e aneurismi aortici. A livello renale si osservano albuminuria e riduzione progressiva del filtrato glomerulare fino alla nefroangiosclerosi. A livello cerebrale l’ipertensione è il primo fattore di rischio per ictus ischemico ed emorragico, per le lesioni della sostanza bianca e per il declino cognitivo vascolare. A livello oculare la retinopatia ipertensiva progredisce dal restringimento arteriolare e dagli incroci artero-venosi fino a emorragie, essudati e papilledema, che caratterizzano le forme maligne. L’esame obiettivo ricerca il rinforzo del secondo tono aortico, un quarto tono, i soffi vascolari addominali e carotidei, l’asimmetria dei polsi e i segni di malattie endocrine.

Diagnosi e valutazione del paziente iperteso

La diagnosi si basa sulla misurazione corretta della pressione: paziente seduto a riposo da alcuni minuti, bracciale adeguato al braccio, misurazioni ripetute e a entrambe le braccia alla prima visita, con conferma tramite automisurazione domiciliare o monitoraggio ambulatoriale delle ventiquattro ore, che permette anche di identificare la mancata riduzione notturna, un fattore prognostico sfavorevole. L’inquadramento iniziale comprende l’anamnesi personale e familiare, la ricerca dei fattori di rischio e dei segnali di forme secondarie, e un pannello di esami di base: emocromo, glicemia, profilo lipidico, creatinina con stima del filtrato, sodio e potassio, acido urico, esame urine con rapporto albumina/creatinina, elettrocardiogramma. Un potassio basso senza diuretici deve orientare verso l’iperaldosteronismo primario, che si indaga con il rapporto aldosterone/renina; un tema che si collega all’articolo sull’ipokaliemia. L’ecocardiogramma, l’ecodoppler carotideo e renale, il fondo dell’occhio e gli esami ormonali si aggiungono in base al sospetto clinico. La valutazione del rischio cardiovascolare globale, che combina pressione, età, sesso, fumo, colesterolo, diabete e danno d’organo, decide l’intensità dell’intervento.

Diagnosi differenziale

Il primo problema è distinguere l’ipertensione vera dalle false diagnosi: l’ipertensione da camice bianco, la misurazione scorretta con bracciale piccolo, la pseudoipertensione dell’anziano con arterie calcifiche non comprimibili e gli aumenti transitori da dolore, ansia, ritenzione urinaria o farmaci. Il secondo è riconoscere le forme secondarie dietro l’apparente ipertensione essenziale, usando i segnali d’allarme già descritti. Il terzo riguarda le crisi ipertensive, dove va distinta l’urgenza, cioè una pressione molto elevata senza danno acuto d’organo, dall’emergenza, in cui la pressione elevata si accompagna a encefalopatia, ictus, sindrome coronarica acuta, edema polmonare, dissecazione aortica, insufficienza renale acuta o preeclampsia. La distinzione è sostanziale perché l’urgenza si tratta con farmaci orali e riduzione graduale in giorni, mentre l’emergenza richiede farmaci endovenosi in ambiente monitorato, con obiettivi di riduzione diversi a seconda del quadro: molto rapida nella dissecazione, prudente nell’ictus ischemico per non compromettere la perfusione della penombra.

Terapia dell’ipertensione arteriosa

La terapia poggia su due pilastri. Il primo sono le modifiche dello stile di vita, indicate per tutti: riduzione del sodio, dieta ricca di frutta, verdura e latticini magri, calo ponderale, attività fisica aerobica regolare, moderazione dell’alcol, abolizione del fumo, che riduce il rischio globale anche se non abbassa direttamente la pressione. Il secondo è la terapia farmacologica, avviata in base al grado di ipertensione e al rischio cardiovascolare, con l’obiettivo di portare la pressione a valori di sicurezza tollerati dal paziente. Le classi di prima linea sono cinque: gli ACE-inibitori e gli antagonisti del recettore dell’angiotensina, che non vanno associati tra loro, i calcio-antagonisti diidropiridinici, i diuretici tiazidici e simil-tiazidici, e i beta-bloccanti, riservati alle situazioni con indicazione specifica come cardiopatia ischemica, scompenso, fibrillazione atriale o gravidanza programmata. La strategia attuale privilegia l’inizio con una combinazione di due farmaci in un’unica compressa, per raggiungere prima l’obiettivo e migliorare l’aderenza, riservando la monoterapia ai pazienti fragili o con ipertensione lieve a basso rischio. Se due farmaci non bastano si passa alla triplice associazione con diuretico, e nell’ipertensione resistente si aggiunge un antagonista del recettore dei mineralcorticoidi come lo spironolattone.

La scelta si adatta alle condizioni associate: i bloccanti del sistema renina-angiotensina sono preferiti nel diabete e nella nefropatia con albuminuria, ma richiedono il controllo di creatinina e potassio e sono controindicati in gravidanza e nella stenosi bilaterale dell’arteria renale; in gravidanza si usano labetalolo, nifedipina e metildopa; nell’anziano si evitano ipotensione ortostatica e riduzioni troppo aggressive; nel paziente di origine africana i calcio-antagonisti e i diuretici sono in genere più efficaci. Le forme secondarie hanno trattamenti mirati, dall’antagonista dell’aldosterone o dalla surrenectomia nell’iperaldosteronismo alla rimozione del feocromocitoma dopo alfa-blocco. Il monitoraggio periodico verifica il raggiungimento dell’obiettivo, l’aderenza, che è il primo motivo di apparente resistenza, e gli effetti collaterali.

Complicanze

Le complicanze dell’ipertensione arteriosa sono quelle del danno d’organo che si consolida: ictus ischemico ed emorragie intracraniche, infarto miocardico, scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata e ridotta, fibrillazione atriale, insufficienza renale cronica fino alla dialisi, aneurisma e dissecazione aortica, arteriopatia periferica, retinopatia e demenza vascolare. L’ipertensione maligna, oggi rara, con pressione molto elevata, retinopatia avanzata e microangiopatia con insufficienza renale rapidamente progressiva, è un’emergenza. Il rischio è moltiplicato dalla coesistenza di diabete, dislipidemia, fumo e obesità, e ridotto in modo proporzionale dal controllo pressorio, che rappresenta uno degli interventi più efficaci di tutta la medicina preventiva.

Come cade l’ipertensione arteriosa al concorso

Al Concorso SSM l’ipertensione arteriosa compare in forme ricorrenti. La prima è la domanda sulla classificazione e sulle soglie diagnostiche, o sulla differenza tra ipertensione da camice bianco e mascherata. La seconda è il caso clinico di ipertensione secondaria: il giovane con ipokaliemia e alcalosi che indirizza all’iperaldosteronismo primario, il paziente con crisi di cefalea, sudorazione e palpitazioni che indica il feocromocitoma, la donna giovane con soffio addominale e stenosi fibrodisplasica dell’arteria renale, il bambino con polsi femorali deboli e coartazione. La terza riguarda la scelta o la controindicazione di un farmaco in un contesto specifico: l’ACE-inibitore nel diabetico con albuminuria, la sua controindicazione in gravidanza o nella stenosi bilaterale, la tosse da accumulo di bradichinina, l’iperkaliemia da blocco del sistema renina-angiotensina, l’edema malleolare da calcio-antagonisti, l’iponatriemia e l’iperuricemia da tiazidici. La quarta distingue urgenza ed emergenza ipertensiva e chiede l’obiettivo di riduzione pressoria in una data condizione. La quinta verte sul danno d’organo, per esempio i criteri elettrocardiografici di ipertrofia ventricolare sinistra o i gradi della retinopatia ipertensiva.

Per esercitarsi su questi schemi con il formato reale del concorso e la spiegazione di ogni alternativa, le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia sono lo strumento più efficace. Vale la pena anche ripassare le prove degli anni precedenti, dove i quesiti di cardiologia e ipertensione mantengono una struttura molto riconoscibile.

In sintesi

L’ipertensione arteriosa è l’aumento persistente della pressione oltre soglie convenzionali, da confermare con misurazioni ripetute e preferibilmente fuori dallo studio medico. È essenziale nella grande maggioranza dei casi, secondaria in una minoranza da riconoscere attraverso segnali d’allarme come l’esordio giovanile, la resistenza ai farmaci e l’ipokaliemia. È asintomatica finché non danneggia cuore, vasi, rene, cervello e retina, e la valutazione iniziale serve a quantificare questo danno e il rischio globale. La terapia combina stile di vita e farmaci delle cinque classi principali, oggi in associazione precoce, adattati alle condizioni del paziente; le crisi ipertensive si trattano in modo diverso a seconda che vi sia o meno danno acuto d’organo. Conoscere soglie, forme secondarie, effetti collaterali e controindicazioni dei farmaci è ciò che permette di rispondere con sicurezza ai quesiti del concorso.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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