Lesione del menisco: clinica, test, RM e terapia per l’SSM
23 Settembre 2026 · Mario Lomele
La lesione del menisco è la lesione intra-articolare del ginocchio più frequente e uno degli argomenti di ortopedia che il Concorso Nazionale SSM chiede con maggiore regolarità, spesso in coppia con il crociato anteriore. Il candidato deve conoscere la struttura e la vascolarizzazione dei menischi, perché da queste dipende la possibilità di guarigione; deve distinguere la lesione traumatica del giovane da quella degenerativa dell’adulto; deve saper riconoscere i test di McMurray e di Apley e leggere il referto di una risonanza. Ripercorriamo l’argomento come sui manuali.
Che cos’è la lesione del menisco
La lesione del menisco è una soluzione di continuo del tessuto fibrocartilagineo dei menischi del ginocchio, le due strutture semilunari interposte fra i condili femorali e i piatti tibiali. I menischi hanno una sezione triangolare, con la base periferica spessa e ancorata alla capsula e il margine libero sottile rivolto verso il centro dell’articolazione. Le loro funzioni sono molteplici: trasmettono e distribuiscono il carico aumentando la congruenza fra superfici articolari di forma diversa, assorbono gli urti, contribuiscono alla stabilità, lubrificano e nutrono la cartilagine e hanno una funzione propriocettiva. Per questo la loro asportazione, anche parziale, aumenta il carico per unità di superficie sulla cartilagine e predispone all’artrosi.
Le lesioni si dividono in due grandi famiglie. Le lesioni traumatiche colpiscono il giovane, spesso lo sportivo, e derivano da un trauma torsionale su ginocchio in carico e flessione; le lesioni degenerative colpiscono l’adulto oltre i quarant’anni, si sviluppano su un menisco già indebolito da microtraumi ripetuti e dall’invecchiamento, spesso senza un evento scatenante riconoscibile, e sono frequentemente associate all’artrosi iniziale del compartimento. Questa distinzione è decisiva perché cambia il valore dell’imaging e il trattamento.
Anatomia e meccanismo lesivo
Il menisco mediale ha forma di C aperta, è più grande, meno mobile e saldamente unito al legamento collaterale mediale e alla capsula: questa scarsa mobilità lo espone maggiormente alle lesioni, che infatti lo interessano più spesso del laterale. Il menisco laterale ha forma di O quasi chiusa, copre una porzione maggiore del piatto tibiale, è più mobile perché nella zona dello iato popliteo non è unito alla capsula, ed è connesso al condilo femorale mediale dai legamenti menisco-femorali di Humphrey e Wrisberg. Il menisco discoide è una variante anatomica del laterale, più frequente in età pediatrica, predisposta alla lesione e al ginocchio “a scatto”.
La vascolarizzazione è il concetto più chiesto. Solo il terzo periferico del menisco, la cosiddetta zona rossa, riceve vasi dal plesso capsulare perimeniscale; il terzo intermedio (zona rosso-bianca) è scarsamente vascolarizzato e il terzo interno (zona bianca) è avascolare e nutrito dal liquido sinoviale. Ne consegue che una lesione periferica ha un potenziale di guarigione e può essere suturata, mentre una lesione del margine libero non guarisce e, se sintomatica, viene regolarizzata. Il meccanismo lesivo traumatico classico è la torsione del ginocchio in semiflessione con il piede fisso al suolo: il condilo femorale intrappola e schiaccia il menisco fra le superfici articolari, lacerandolo. L’alzarsi bruscamente da una posizione accovacciata è un altro meccanismo tipico, che colpisce il corno posteriore. Le lesioni si associano frequentemente alla rottura del crociato anteriore, in acuto o come conseguenza dell’instabilità cronica.
Clinica ed esame obiettivo
Il sintomo principale è il dolore localizzato all’interlinea articolare, mediale o laterale, esacerbato dalla torsione, dallo squat e dalla discesa delle scale. Il versamento compare più lentamente rispetto alla lesione del crociato, spesso nell’arco di ventiquattro ore, ed è un idrartro, non un emartro, salvo nelle lesioni periferiche della zona vascolarizzata. Il paziente riferisce sensazioni di scatto, di cedimento e, nei frammenti mobili come le lesioni a manico di secchio, il blocco articolare: il ginocchio resta bloccato in flessione e non si riesce a estenderlo completamente, un sintomo che merita valutazione tempestiva. Nelle lesioni degenerative il quadro è più sfumato, con dolore cronico all’interlinea e versamenti ricorrenti.
All’esame obiettivo si cercano il versamento (ballottamento rotuleo), l’ipotrofia del quadricipite nelle forme croniche e soprattutto la dolorabilità puntuale sull’interlinea articolare, che è il segno singolo più sensibile. Il test di McMurray si esegue a paziente supino: l’esaminatore flette al massimo il ginocchio, tiene il tallone con una mano e con l’altra palpa l’interlinea; imprime una rotazione esterna della tibia e porta il ginocchio in estensione per il menisco mediale, una rotazione interna per il laterale; la comparsa di dolore e di uno scatto palpabile o udibile indica la lesione. Il test di Apley si esegue a paziente prono con il ginocchio flesso a 90 gradi: la compressione assiale sul tallone con rotazione della tibia evoca dolore nella lesione meniscale (grinding test), mentre la distrazione con rotazione evoca dolore nella lesione legamentosa. Si descrivono anche il test di Steinmann e il test di Thessaly, eseguito in carico monopodalico con rotazione. Nessuno di questi test è da solo definitivo e la combinazione fra anamnesi, dolorabilità dell’interlinea e test provocativi è ciò che conta. La tecnica generale è ripassata nella pagina sulle manovre semeiologiche in ortopedia.
Diagnosi per immagini
La radiografia non mostra i menischi ma è il primo esame nel trauma, per escludere fratture, e nell’adulto, per valutare il grado di artrosi, che condiziona la scelta terapeutica. La risonanza magnetica è l’esame di scelta e ha un’accuratezza elevata: la lesione appare come un segnale iperintenso lineare all’interno del menisco che raggiunge una superficie articolare (grado III della classificazione di Stoller, mentre i gradi I e II indicano degenerazione intrasostanza senza rottura). Alcuni segni hanno un nome proprio: il segno del “doppio crociato posteriore”, dovuto al frammento di un manico di secchio dislocato nella gola intercondiloidea, e il segno del menisco “assente” nella stessa lesione. La risonanza ha però un limite importante nell’adulto: le alterazioni meniscali degenerative sono comuni anche in soggetti asintomatici, e un reperto va sempre interpretato con la clinica. L’ecografia ha un ruolo limitato, l’artroscopia diagnostica pura non si esegue più.
Classificazione delle lesioni meniscali
Le lesioni si classificano per morfologia, sede e vascolarizzazione. Per morfologia si distinguono le lesioni longitudinali verticali, che se estese diventano a manico di secchio con frammento dislocabile; le lesioni radiali, perpendicolari al margine libero, che interrompono le fibre circonferenziali e compromettono la funzione di distribuzione del carico; le lesioni orizzontali o a libro, tipiche delle forme degenerative, che dividono il menisco in una lamina superiore e una inferiore; le lesioni a flap o a becco di pappagallo; le lesioni complesse, che combinano più piani, anch’esse a prevalenza degenerativa; e le lesioni della radice meniscale, che funzionalmente equivalgono a una meniscectomia totale. Per sede si parla di corno anteriore, corpo e corno posteriore, quest’ultimo il più colpito. Per vascolarizzazione, come detto, si parla di zona rossa, rosso-bianca e bianca. La classificazione di Stoller descrive invece i gradi di segnale alla risonanza.
Trattamento conservativo e chirurgico per principi
Il trattamento della lesione del menisco è sempre più selettivo. Le lesioni degenerative dell’adulto, soprattutto se associate ad artrosi, vengono trattate in prima battuta in modo conservativo: riposo relativo, controllo del dolore con FANS per periodi brevi, fisioterapia con rinforzo del quadricipite e recupero dell’articolarità, eventuali infiltrazioni; gli studi degli ultimi anni hanno mostrato che in questi pazienti la meniscectomia artroscopica non offre vantaggi consistenti rispetto alla riabilitazione e viene riservata ai casi con sintomi meccanici persistenti. Le lesioni traumatiche del giovane, invece, hanno più spesso indicazione chirurgica, in particolare quando sono instabili, causano blocco o si associano alla ricostruzione del crociato.
La chirurgia è artroscopica e segue un principio guida: risparmiare quanto più menisco possibile. La sutura meniscale è indicata nelle lesioni longitudinali della zona rossa o rosso-bianca, nel paziente giovane e con ginocchio stabile o stabilizzato nello stesso tempo; comporta un periodo di carico protetto e di limitazione della flessione, ma preserva la funzione del menisco. La meniscectomia parziale selettiva, che asporta solo la porzione lesa e instabile regolarizzando il margine, è la scelta nelle lesioni della zona bianca e nelle lesioni non suturabili; consente un recupero rapido ma aumenta a lungo termine il rischio di artrosi in proporzione alla quantità di tessuto rimosso. La meniscectomia totale è oggi da evitare. Nei pazienti giovani sottoposti a meniscectomia subtotale con dolore del compartimento esistono opzioni di trapianto meniscale o di sostituti, con indicazioni molto selezionate.
Complicanze
La complicanza principale della lesione non trattata è il danno cartilagineo progressivo e l’artrosi del compartimento, accelerata dalle lesioni radiali e della radice, che annullano la funzione meccanica del menisco. Il blocco articolare persistente da manico di secchio produce rigidità e ipotrofia del quadricipite. Dopo meniscectomia si descrive l’artrosi post-meniscectomia, e nell’adulto la rara osteonecrosi spontanea del condilo. Le complicanze della chirurgia artroscopica sono poco frequenti ma comprendono l’infezione, l’emartro, la trombosi venosa profonda, la lesione del nervo safeno nelle suture del menisco mediale e del nervo peroneo nelle suture del laterale, il fallimento della sutura con nuova rottura e la rigidità post-operatoria.
Come cade la lesione del menisco al concorso
La lesione del menisco viene chiesta nei quesiti SSM secondo pochi schemi ricorrenti.
- La domanda sulla vascolarizzazione: quale zona del menisco può guarire ed essere suturata (la periferica, zona rossa) e perché.
- Il caso clinico del giovane con torsione del ginocchio, dolore all’interlinea mediale e blocco in flessione: si chiede la diagnosi (lesione a manico di secchio) o l’esame di scelta (risonanza magnetica).
- La domanda sui test semeiologici: come si esegue il test di McMurray, che cosa distingue la compressione dalla distrazione nel test di Apley.
- Il quesito sul menisco più frequentemente leso (il mediale) e sulla ragione anatomica (minore mobilità, adesione al collaterale mediale).
- La domanda sul trattamento: sutura contro meniscectomia parziale, e il ruolo limitato dell’artroscopia nelle lesioni degenerative dell’adulto con artrosi.
Le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia permettono di allenarsi a leggere i casi clinici e a distinguere la lesione meniscale dalla lesione del crociato anteriore in base alla rapidità del versamento e ai test.
In sintesi
La lesione del menisco è la lesione intra-articolare più frequente del ginocchio; è traumatica nel giovane, per torsione in carico, e degenerativa nell’adulto, spesso nel contesto dell’artrosi. Il menisco mediale è più colpito perché meno mobile; solo il terzo periferico è vascolarizzato e può guarire. La clinica è dolore all’interlinea, versamento lento, scatti e blocco; i test di McMurray e Apley orientano, la risonanza magnetica conferma con il segnale che raggiunge la superficie articolare. Il trattamento è conservativo nelle forme degenerative, chirurgico artroscopico nelle forme traumatiche instabili, con la regola di risparmiare quanto più menisco possibile. Per chi vuole approfondire il percorso formativo, la pagina sulla specializzazione in ortopedia e traumatologia descrive la scuola.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
