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Concorso SSM

Frattura di tibia: piatto, diafisi e compartimenti

28 Settembre 2026 · Mario Lomele

Frattura di tibia: piatto, diafisi e compartimenti

La frattura di tibia è una lesione che ogni medico di pronto soccorso incontra con regolarità, e che al Concorso SSM viene interrogata soprattutto attraverso due capitoli: le fratture del piatto tibiale, articolari e spesso associate a lesioni legamentose e meniscali, e le fratture della diafisi, le più comuni fra le fratture delle ossa lunghe e le più spesso esposte. A fare da filo conduttore c’è la sindrome compartimentale della gamba, una complicanza da riconoscere clinicamente e da trattare senza esitazioni. In questa guida ripercorriamo anatomia, meccanismi, classificazioni, clinica, imaging, trattamento e trappole dei quiz.

Che cos’è la frattura di tibia

La tibia è l’osso principale della gamba e sostiene la quasi totalità del carico. Prossimalmente si allarga nei due piatti tibiali, mediale e laterale, che si articolano con i condili femorali attraverso l’interposizione dei menischi; al centro si trovano le spine tibiali, dove si inseriscono i legamenti crociati. La diafisi ha sezione triangolare, con la faccia anteromediale coperta soltanto da cute e sottocute: per questo le fratture diafisarie si espongono facilmente e la vascolarizzazione periostale è fragile. Distalmente la tibia forma il pilone e il malleolo mediale, parte dell’articolazione della caviglia.

La gamba è divisa in quattro compartimenti fasciali (anteriore, laterale, posteriore superficiale e posteriore profondo), delimitati da fasce poco distensibili. Il compartimento anteriore contiene i muscoli estensori, l’arteria tibiale anteriore e il nervo peroneo profondo; il posteriore profondo contiene i flessori lunghi, il nervo tibiale e i vasi tibiali posteriori e peronieri. Questa anatomia è la base per capire la sindrome compartimentale.

Il termine frattura di tibia comprende quindi quadri molto diversi: fratture del piatto, della diafisi, del pilone e dei malleoli. In questo articolo ci concentriamo sulle prime due, che sono le più presenti nei quesiti.

Fratture del piatto tibiale

Le fratture del piatto tibiale nascono da forze in valgo o in varo combinate con un carico assiale. Il meccanismo più classico è il trauma in valgo sul ginocchio, come l’urto del paraurti di un’auto sul lato esterno del ginocchio di un pedone: il condilo femorale laterale viene spinto contro il piatto laterale, che si separa o si affossa. Il piatto laterale è quindi il più colpito. Nel giovane con osso resistente prevalgono le fratture a cuneo, nell’anziano con osso osteoporotico prevalgono gli affossamenti.

La classificazione di Schatzker divide queste fratture in sei tipi: i primi tre interessano il piatto laterale (separazione, separazione con affossamento, affossamento puro), il quarto il piatto mediale, il quinto entrambi i piatti, il sesto aggiunge la dissociazione fra metafisi e diafisi. Le fratture del piatto mediale e quelle bicondilari derivano da traumi di maggiore energia e si associano più spesso a lesioni dei tessuti molli, dei vasi poplitei e del nervo peroneo comune, oltre che alla sindrome compartimentale.

Il paziente presenta ginocchio tumefatto, doloroso, con emartro e impossibilità al carico; l’artrocentesi può mostrare sangue con goccioline di grasso, segno di frattura intra-articolare. Le lesioni associate sono frequenti: lesioni del legamento collaterale e dei crociati, trattate nella scheda sulla lesione del crociato anteriore, e lesioni meniscali, descritte in quella sulla lesione del menisco.

Fratture della diafisi tibiale

Le fratture diafisarie sono dovute a traumi diretti ad alta energia, come incidenti stradali e sportivi, oppure a meccanismi torsionali a energia più bassa, tipici dello sci, che producono fratture spiroidi. Spesso si associa una frattura del perone. Per la scarsa copertura dei tessuti molli, una quota importante di queste fratture è esposta. La classificazione delle fratture esposte di Gustilo-Anderson distingue tre tipi di gravità crescente in base a dimensione della ferita, danno dei tessuti molli, contaminazione e lesioni vascolari che richiedono riparazione; la gestione è descritta nella scheda sulle fratture esposte.

Clinicamente il paziente presenta dolore, deformità, impotenza funzionale e talvolta instabilità palpabile della gamba. Vanno sempre verificati il polso pedidio e tibiale posteriore, la sensibilità della prima commissura dorsale (peroneo profondo), del dorso del piede (peroneo superficiale) e della pianta (tibiale), e la motilità di caviglia e dita. Un’altra forma da ricordare sono le fratture da stress, tipiche di corridori e reclute, che si presentano con dolore da carico ingravescente e radiografie iniziali spesso negative.

Imaging: radiografia, TC e altro

La radiografia in due proiezioni ortogonali dell’intera gamba, comprensiva di ginocchio e caviglia, è l’esame di base per la diafisi. Per il piatto tibiale si eseguono proiezioni del ginocchio, eventualmente oblique; la TC è pressoché sempre indicata per valutare l’affossamento articolare e pianificare la chirurgia. La risonanza magnetica aiuta a studiare legamenti e menischi e a diagnosticare le fratture da stress quando la radiografia è negativa. Se il polso distale è assente o l’indice caviglia-braccio è ridotto, va eseguita un’angio-TC, soprattutto nelle fratture prossimali ad alta energia e in associazione con una lussazione del ginocchio.

Trattamento conservativo e chirurgico

Nel piatto tibiale il trattamento conservativo con tutore e carico protetto è riservato alle fratture composte e stabili. Le fratture scomposte, con affossamento articolare significativo o con instabilità del ginocchio, richiedono riduzione anatomica della superficie articolare, sollevamento dei frammenti affossati con innesto osseo o sostituti e fissazione con placche e viti; nelle fratture ad alta energia con tessuti molli sofferenti si adotta una strategia a tempi: prima un fissatore esterno a ponte sul ginocchio, poi la sintesi definitiva quando la cute lo permette.

Nella diafisi, le fratture composte e stabili, specie nel paziente a bassa richiesta, possono essere trattate con apparecchio gessato femoro-podalico e poi con tutore funzionale. Nella maggior parte delle fratture scomposte dell’adulto lo standard è l’inchiodamento endomidollare bloccato, che consente una mobilizzazione e un carico precoci. Le placche sono usate nelle fratture vicine alle metafisi; il fissatore esterno è la scelta nelle fratture esposte gravi e nel controllo del danno. Nelle fratture esposte sono prioritari antibiotico precoce, profilassi antitetanica, lavaggio e sbrigliamento chirurgico e copertura dei tessuti molli, talvolta con lembi.

Sindrome compartimentale della gamba

La sindrome compartimentale è l’aumento della pressione all’interno di un compartimento fasciale fino a compromettere la perfusione di muscoli e nervi. La gamba è la sede più tipica, e la frattura di tibia, soprattutto diafisaria e del piatto ad alta energia, ne è la causa più frequente; può comparire anche nelle fratture esposte, perché la ferita non decomprime tutti i compartimenti, e dopo inchiodamento endomidollare. Altre cause sono i bendaggi o gessi troppo stretti, le lesioni da schiacciamento e la riperfusione dopo ischemia.

Il sintomo cardine è il dolore sproporzionato rispetto alla lesione, che non risponde agli analgesici e aumenta allo stiramento passivo dei muscoli del compartimento: per il compartimento anteriore, la flessione plantare passiva delle dita. Seguono tensione lignea del compartimento, parestesie nel territorio del nervo coinvolto (tipicamente ipoestesia della prima commissura dorsale per il peroneo profondo), poi deficit motorio. Il polso distale è di solito presente fino a fasi avanzate: la sua assenza è un segno tardivo e non serve per escludere la sindrome. La diagnosi è clinica; nei pazienti non valutabili, come quelli sedati o intubati, si misura la pressione intracompartimentale, confrontandola con la pressione diastolica.

Il trattamento è l’apertura immediata di gessi e bendaggi, l’arto mantenuto all’altezza del cuore (non sollevato, perché ridurrebbe la pressione di perfusione) e, se il quadro persiste, la fasciotomia urgente di tutti e quattro i compartimenti, di norma con due incisioni. Un ritardo comporta necrosi muscolare, contratture, deficit neurologici permanenti e rabdomiolisi con rischio di insufficienza renale.

Altre complicanze

Le fratture diafisarie di tibia sono note per la tendenza al ritardo di consolidazione e alla pseudoartrosi, favoriti dalla scarsa copertura muscolare, dall’esposizione, dal fumo e dall’infezione. L’infezione e l’osteomielite sono temute soprattutto nelle fratture esposte di alto grado. Nelle fratture del piatto il rischio a lungo termine è l’artrosi post-traumatica e l’instabilità del ginocchio; nelle fratture prossimali ad alta energia vanno ricordate le lesioni dell’arteria poplitea e del nervo peroneo comune, con piede cadente. Fra le complicanze sistemiche rientrano la trombosi venosa profonda e l’embolia grassosa, che si manifesta con insufficienza respiratoria, alterazioni neurologiche e petecchie nei giorni successivi a fratture delle ossa lunghe.

Come cade la frattura di tibia al concorso

Nei quiz la frattura di tibia arriva soprattutto come caso di sindrome compartimentale: paziente con frattura diafisaria, trattato con gesso, che nelle ore successive lamenta dolore crescente resistente agli oppioidi e dolore alla mobilizzazione passiva delle dita, con polsi presenti. La risposta corretta è rimuovere il gesso e procedere alla fasciotomia, non attendere la scomparsa del polso né eseguire un eco-doppler. Altri schemi frequenti sono il pedone investito con frattura del piatto laterale, il trattamento di prima scelta delle fratture diafisarie scomposte dell’adulto, cioè il chiodo endomidollare, e la gestione antibiotica delle fratture esposte.

Gli errori tipici sono usare il polso come criterio di esclusione, sollevare l’arto sopra il cuore, dimenticare che una frattura esposta può comunque sviluppare sindrome compartimentale, e confondere il piatto più colpito. Per consolidare questi riflessi, le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia offrono casi clinici con spiegazione di ogni alternativa.

In sintesi

La frattura di tibia comprende fratture del piatto, della diafisi, del pilone e dei malleoli. Il piatto laterale è il più colpito, spesso da trauma in valgo; la classificazione di Schatzker guida il trattamento e le lesioni legamentose e meniscali sono frequenti. Le fratture diafisarie sono spesso esposte, si classificano secondo Gustilo-Anderson quando esposte e si trattano di norma con chiodo endomidollare. La sindrome compartimentale è la complicanza da non perdere: dolore sproporzionato e dolore allo stiramento passivo sono i segni precoci, il polso resta presente a lungo, il trattamento è la fasciotomia. Pseudoartrosi, infezione, artrosi post-traumatica e trombosi completano il quadro.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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