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Concorso SSM

Dispositivi di protezione individuale: guida SSM

6 Ottobre 2026 · Mario Lomele

Dispositivi di protezione individuale: guida SSM

I dispositivi di protezione individuale sono uno degli argomenti di medicina del lavoro che più spesso compaiono nelle domande del Concorso SSM e dei concorsi sanitari, perché uniscono nozioni normative, scelte cliniche e comportamenti quotidiani in reparto. In questo articolo li affrontiamo con un taglio da studio: definizione, gerarchia delle misure di prevenzione, ruoli di chi li sceglie e li usa, esempi pratici in ambito ospedaliero e industriale, errori tipici e modo in cui l’argomento viene trasformato in quesito a risposta multipla.

Che cosa sono i dispositivi di protezione individuale

Per dispositivo di protezione individuale, abbreviato in DPI, si intende qualsiasi attrezzatura destinata a essere indossata o tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi che possono minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro. La definizione contiene già due concetti chiave: il DPI è personale, cioè assegnato al singolo, e ha una funzione protettiva rispetto a un rischio identificato. Non sono quindi DPI gli indumenti da lavoro ordinari che non proteggono da un rischio specifico, né le attrezzature dei servizi di soccorso o gli strumenti usati per la sola individuazione di un pericolo.

Il quadro di riferimento in Italia è il D.Lgs. 81/2008, il cosiddetto testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che dedica un titolo specifico all’uso delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di protezione individuale. A questo si affianca la normativa europea di prodotto, che stabilisce i requisiti di progettazione e la marcatura CE. Per il concorso non serve ricordare numeri di articolo: serve sapere che il DPI deve essere conforme, adeguato al rischio, adatto alle condizioni del luogo di lavoro, compatibile con le esigenze ergonomiche e di salute del lavoratore, e adattabile a chi lo indossa.

Il principio chiave: i DPI vengono per ultimi

Il punto concettuale più importante, e il più interrogato, è la gerarchia delle misure di prevenzione. Il datore di lavoro deve prima eliminare il rischio alla fonte; se non è possibile, deve ridurlo con misure tecniche (sostituzione di una sostanza pericolosa con una meno pericolosa, cappe aspiranti, segregazione dei processi rumorosi, dispositivi di sicurezza sulle macchine), poi con misure organizzative (turnazione, riduzione dei tempi di esposizione, procedure) e con la protezione collettiva. Solo quando i rischi non possono essere evitati o sufficientemente ridotti con questi strumenti si ricorre ai dispositivi di protezione individuale.

La ragione è semplice: un DPI protegge solo chi lo indossa, solo se lo indossa correttamente e solo finché è integro. Una cappa chimica protegge tutti, sempre, senza dipendere dal comportamento del singolo. Per questo un quesito che propone come “prima misura” la fornitura di mascherine in un ambiente polveroso è quasi sempre una risposta sbagliata, a meno che il testo non specifichi che le misure tecniche sono già state adottate.

Chi fa cosa: datore di lavoro, RSPP, medico competente e lavoratore

Il datore di lavoro è il soggetto che effettua la valutazione dei rischi e, sulla base di questa, individua le condizioni in cui i DPI devono essere usati, li sceglie, li fornisce gratuitamente, ne cura la manutenzione e la sostituzione, provvede a informare e formare i lavoratori e, per alcune categorie, ad addestrarli. Il costo dei DPI non può essere scaricato sul lavoratore.

Il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) collabora con il datore di lavoro all’individuazione dei rischi e delle misure, compresa la scelta tecnica dei dispositivi. Non è il soggetto obbligato in prima persona, ma è la figura tecnica che istruisce le decisioni.

Il medico competente partecipa alla valutazione dei rischi e contribuisce alla scelta dei DPI soprattutto per gli aspetti di compatibilità con lo stato di salute: allergie al lattice, dermatiti, patologie respiratorie che rendono difficile l’uso di un respiratore, ipoacusie che richiedono protettori auricolari particolari. Nel giudizio di idoneità può indicare prescrizioni sull’uso di specifici dispositivi.

Il lavoratore, infine, ha l’obbligo di utilizzare i DPI conformemente all’informazione e alla formazione ricevute, di averne cura, di non apportarvi modifiche e di segnalare immediatamente difetti o inconvenienti. Il mancato uso è una violazione che ricade anche su di lui, e il preposto ha il compito di vigilare sull’osservanza.

Le tre categorie di dispositivi di protezione individuale

La normativa europea suddivide i dispositivi di protezione individuale in tre categorie in base alla gravità del rischio da cui proteggono. La prima categoria comprende i dispositivi di progettazione semplice destinati a rischi minimi, per i quali l’utilizzatore può valutare da sé l’efficacia: guanti da giardinaggio, occhiali da sole per uso lavorativo, protezioni da azioni meccaniche superficiali. La terza categoria comprende i dispositivi destinati a proteggere da rischi che possono causare conseguenze molto gravi, come la morte o danni irreversibili alla salute: protezioni delle vie respiratorie, protezioni contro agenti chimici e biologici pericolosi, dispositivi anticaduta, protezioni contro il rumore dannoso. La seconda categoria è residuale e comprende tutto ciò che non rientra nelle altre due, ad esempio caschi e occhiali di protezione per rischi intermedi.

Per i DPI di terza categoria è previsto un addestramento specifico, non solo informazione e formazione: indossare correttamente un facciale filtrante o un’imbracatura anticaduta richiede prove pratiche, non basta un opuscolo.

Distretto protetto Esempi di DPI Rischio tipico
Vie respiratorie Facciali filtranti FFP2/FFP3, semimaschere con filtri, autorespiratori Aerosol infettivi, polveri, fumi, vapori
Mani Guanti monouso in nitrile o lattice, guanti antitaglio, guanti per chemioterapici Agenti biologici, chimici, meccanici
Occhi e volto Occhiali a mascherina, visiere Schizzi di liquidi biologici, proiezione di schegge
Udito Inserti auricolari, cuffie Rumore
Corpo Camici idrorepellenti, tute, grembiuli piombati Contaminazione, radiazioni ionizzanti

DPI in ospedale: esempi clinici

In ambito sanitario il rischio dominante è quello biologico, e la scelta dei dispositivi segue le vie di trasmissione. Per le precauzioni da contatto si usano guanti e camice; per le precauzioni da droplet si aggiunge la mascherina chirurgica, che però va ricordato è nata come dispositivo medico per proteggere il paziente e non come vero DPI respiratorio; per le precauzioni per via aerea, come nella tubercolosi polmonare bacillifera o nel morbillo, serve un facciale filtrante di classe FFP2 o FFP3, con prova di tenuta sul volto. Una barba folta o una taglia non adatta annullano gran parte della protezione: è un dettaglio che i quesiti amano.

Durante le procedure che generano aerosol, come intubazione, broncoscopia o aspirazione tracheale a circuito aperto, la protezione respiratoria di alto livello si associa a protezione degli occhi e a camice. Nella preparazione dei farmaci antiblastici si usano guanti specifici, spesso in doppio paio, camice a chiusura posteriore e lavorazione sotto cappa a flusso laminare: qui il DPI integra, ma non sostituisce, la protezione collettiva.

I guanti meritano un discorso a parte. Non sostituiscono la igiene delle mani, che va eseguita prima di indossarli e dopo averli rimossi, perché la microperforazione e la contaminazione in fase di svestizione sono frequenti. Il personale con sensibilizzazione al lattice può sviluppare orticaria da contatto fino a reazioni sistemiche, mentre l’uso prolungato di guanti favorisce la dermatite da contatto irritativa delle mani, una delle patologie cutanee professionali più comuni negli operatori sanitari.

DPI nell’industria e nei rischi fisici

Fuori dall’ospedale gli scenari tipici dei quesiti sono tre. Il primo è il rumore: quando l’esposizione supera determinati valori di azione, il datore di lavoro mette a disposizione i protettori auricolari e, oltre una soglia superiore, ne impone l’uso; il medico competente sorveglia con l’audiometria la comparsa della ipoacusia da rumore, tipicamente neurosensoriale, bilaterale e con il caratteristico avvallamento intorno ai 4000 Hz. Il secondo è il rischio da polveri minerali, come nella lavorazione della pietra o nelle cave: la protezione respiratoria si affianca all’abbattimento a umido e all’aspirazione localizzata, per prevenire la silicosi. Il terzo è il lavoro in quota, dove il dispositivo anticaduta è un classico DPI di terza categoria.

Per l’amianto il ragionamento è identico: in bonifica gli operatori usano respiratori ad alta efficienza e tute monouso, ma la vera prevenzione è stata il divieto d’uso del materiale, perché le conseguenze dell’esposizione, come asbestosi e mesotelioma, compaiono dopo decenni e non sono reversibili.

Errori tipici sui dispositivi di protezione individuale

Il primo errore è considerare i DPI la prima misura di prevenzione. È esattamente il contrario: sono l’ultima difesa, da usare quando le altre non bastano. Il secondo errore è confondere la mascherina chirurgica con il facciale filtrante: la prima protegge soprattutto l’ambiente e il paziente dalle goccioline emesse dall’operatore, il secondo protegge chi lo indossa dalle particelle sospese nell’aria. Il terzo errore è pensare che il lavoratore possa essere chiamato a pagare i dispositivi o a sceglierli autonomamente: la fornitura è gratuita e la scelta spetta al datore di lavoro, con il contributo di RSPP e medico competente.

Altri errori ricorrenti riguardano la svestizione. La sequenza corretta riduce il rischio di autocontaminazione: in genere si rimuovono per primi i guanti, considerati la parte più contaminata, poi occhiali o visiera e camice maneggiandoli dall’interno, infine il respiratore toccando solo gli elastici, con igiene delle mani tra un passaggio e l’altro. Riutilizzare un facciale monouso, abbassare la mascherina sotto il naso o indossare i guanti per spostarsi da un paziente all’altro sono comportamenti che vanificano la protezione e che i quesiti situazionali presentano spesso come distrattori.

Infine, un errore concettuale: credere che l’uso dei DPI renda superflua la sorveglianza sanitaria. Il medico competente continua a controllare i lavoratori esposti, perché nessun dispositivo garantisce protezione totale e perché il DPI stesso può causare problemi, dalla dermatite al disagio respiratorio.

Come cadono i dispositivi di protezione individuale al concorso

Al Concorso SSM l’argomento compare di solito in tre forme. La prima è la domanda di principio: “quale misura di prevenzione va adottata per prima?”, con i DPI tra le opzioni; la risposta corretta è quasi sempre l’eliminazione o la riduzione alla fonte. La seconda è il caso clinico di rischio biologico: un paziente con sospetta tubercolosi in pronto soccorso, e si chiede quale protezione respiratoria usare e quale tipo di isolamento attivare. La terza è il caso di medicina del lavoro classico: un operaio esposto a rumore o a polveri con un reperto audiometrico o radiologico da interpretare, in cui i DPI sono uno degli elementi della prevenzione.

Nei concorsi per infermieri e OSS prevalgono invece le domande operative: sequenza di vestizione e svestizione, scelta tra mascherina chirurgica e FFP2, gestione dei taglienti e smaltimento dei dispositivi contaminati. In tutti i casi conviene ragionare per vie di trasmissione e per gerarchia della prevenzione, invece di memorizzare elenchi. Per allenare questo ragionamento sui casi è utile esercitarsi con le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia, dove ogni risposta errata è spiegata.

Un buon metodo di ripasso è costruire per ogni rischio una piccola catena: agente, via di esposizione, misura tecnica, misura organizzativa, DPI, sorveglianza sanitaria, malattia che si vuole prevenire. Con questa catena la maggior parte dei quesiti si risolve per esclusione, anche quando la formulazione è insolita.

In sintesi

I dispositivi di protezione individuale sono attrezzature personali destinate a proteggere il lavoratore da rischi specifici e residui, cioè non eliminabili con misure tecniche, organizzative e collettive. Il datore di lavoro li sceglie e li fornisce gratuitamente sulla base della valutazione dei rischi, con l’aiuto di RSPP e medico competente; il lavoratore deve usarli correttamente e segnalarne i difetti. Le tre categorie riflettono la gravità del rischio, e per la terza è richiesto l’addestramento. In ospedale la scelta segue le vie di trasmissione degli agenti biologici; nell’industria rumore, polveri e lavoro in quota sono gli esempi classici. Al concorso vince chi ricorda che i DPI vengono per ultimi e sa ragionare sul singolo scenario.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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