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Concorso SSM

ADHD: criteri diagnostici, clinica e terapia per il concorso

23 Settembre 2026 · Mario Lomele

ADHD: criteri diagnostici, clinica e terapia per il concorso

L’ADHD, sigla inglese per disturbo da deficit di attenzione e iperattività, è il disturbo del neurosviluppo più frequente in età scolare e uno dei temi di neuropsichiatria infantile che il Concorso Nazionale SSM ripropone con regolarità, insieme all’autismo e ai disturbi dell’apprendimento. Le domande ruotano intorno ai criteri diagnostici, all’età di esordio, alla neurobiologia dopaminergica, alle comorbilità e alla terapia con psicostimolanti, un tema che spesso viene testato con distrattori insidiosi. In questo articolo ripercorriamo l’argomento con l’ordine del manuale: definizione, cause, clinica, diagnosi, diagnosi differenziale, terapia per principi, complicanze e prevenzione, chiudendo con le forme di domanda più tipiche della prova.

Che cos’è l’ADHD

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da un pattern persistente di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferisce con il funzionamento o lo sviluppo, presente in almeno due contesti diversi (per esempio casa e scuola), con alcuni sintomi comparsi prima dei dodici anni. Il DSM-5 distingue tre presentazioni: combinata, con prevalente disattenzione e con prevalente iperattività-impulsività. La prevalenza stimata nei bambini in età scolare è nell’ordine di alcuni punti percentuali, con una netta prevalenza maschile nelle casistiche cliniche, in parte legata al fatto che nelle femmine predomina la forma disattenta, meno rumorosa e quindi meno riconosciuta. In una quota rilevante di casi i sintomi persistono in adolescenza e nell’età adulta, con attenuazione dell’iperattività motoria e persistenza di disattenzione, disorganizzazione e impulsività.

È importante chiarire fin da subito che non si tratta di un problema educativo né di una “vivacità” eccessiva: l’ADHD ha una base neurobiologica documentata, un’ereditabilità elevata e un impatto misurabile sul rendimento scolastico, sulle relazioni e sulla sicurezza personale. Al tempo stesso, la diagnosi richiede rigore, perché disattenzione e iperattività sono sintomi aspecifici che compaiono in molte altre condizioni dell’infanzia.

Cause e fisiopatologia

L’eziologia è multifattoriale con forte componente genetica: gli studi sui gemelli attribuiscono alla genetica la maggior parte della varianza, e i geni candidati coinvolgono soprattutto i sistemi dopaminergico e noradrenergico, come il trasportatore della dopamina e i recettori D4 e D5. I fattori ambientali di rischio includono la prematurità e il basso peso alla nascita, l’esposizione prenatale a fumo e alcol, l’esposizione al piombo e le avversità psicosociali precoci; nessuno di questi è però necessario né sufficiente. Alimentazione e zuccheri non sono cause del disturbo, un’idea diffusa che il concorso può proporre come distrattore.

Sul piano neurobiologico il modello prevalente descrive una disfunzione dei circuiti fronto-striatali e fronto-cerebellari che sostengono le funzioni esecutive: inibizione della risposta, memoria di lavoro, pianificazione, regolazione dell’attenzione e della motivazione. Le neuroimmagini mostrano in media un ritardo di maturazione della corteccia prefrontale e una riduzione di volume di alcune strutture, senza che questi reperti abbiano valore diagnostico nel singolo paziente. La trasmissione dopaminergica e noradrenergica nella corteccia prefrontale è ridotta o disregolata, e questo spiega l’efficacia dei farmaci che aumentano la disponibilità sinaptica di questi neurotrasmettitori.

Quadro clinico

I sintomi di disattenzione comprendono la difficoltà a mantenere l’attenzione su compiti o giochi, gli errori di distrazione, l’apparente non ascoltare quando si parla direttamente, la difficoltà a seguire istruzioni e a portare a termine i compiti, la disorganizzazione, l’evitamento delle attività che richiedono sforzo mentale prolungato, la perdita frequente di oggetti, la facile distraibilità da stimoli esterni e la sbadataggine nelle attività quotidiane. I sintomi di iperattività-impulsività includono il muovere continuamente mani e piedi, l’alzarsi quando si dovrebbe restare seduti, il correre e arrampicarsi in situazioni inappropriate, la difficoltà a giocare in modo tranquillo, l’essere “sempre in movimento”, il parlare troppo, il rispondere prima che la domanda sia completata, la difficoltà ad attendere il proprio turno e l’interrompere o intromettersi.

Il quadro cambia con l’età. Nel bambino in età prescolare domina l’iperattività, che però è difficile da distinguere dalla normale vivacità e rende la diagnosi meno affidabile prima dei cinque-sei anni. In età scolare emergono le difficoltà di apprendimento, i richiami degli insegnanti e i conflitti con i coetanei. Nell’adolescente l’iperattività si trasforma in irrequietezza interna, mentre aumentano impulsività, comportamenti a rischio, incidenti, uso di sostanze e cali del rendimento. Nell’adulto prevalgono disorganizzazione, procrastinazione, instabilità lavorativa e relazionale. Le comorbilità sono la regola più che l’eccezione: disturbo oppositivo-provocatorio e disturbo della condotta, disturbi specifici dell’apprendimento, disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, tic e sindrome di Tourette, disturbi del sonno e, nell’adolescenza, disturbi da uso di sostanze e disturbo bipolare.

Diagnosi

La diagnosi è clinica e si fonda sui criteri del DSM-5: almeno sei sintomi di disattenzione e/o sei di iperattività-impulsività (cinque dai diciassette anni in su), persistenti per almeno sei mesi, inappropriati per il livello di sviluppo, presenti in due o più contesti, esorditi prima dei dodici anni e con chiara interferenza funzionale, non meglio spiegati da un altro disturbo. Le informazioni devono provenire da più fonti: colloquio con i genitori, osservazione del bambino, informazioni dagli insegnanti e questionari standardizzati per genitori e docenti, come le scale di Conners o la SDAG. I test neuropsicologici sull’attenzione e le funzioni esecutive integrano il quadro ma non hanno da soli valore diagnostico, così come non esistono esami di laboratorio, EEG o neuroimmagini che confermino l’ADHD.

La valutazione deve includere un esame medico generale e neurologico, la misura di vista e udito, il livello cognitivo e degli apprendimenti, e la ricerca sistematica delle comorbilità. In Italia la diagnosi e l’eventuale prescrizione di psicostimolanti sono affidate ai centri di neuropsichiatria infantile accreditati, con inserimento in un registro nazionale che monitora appropriatezza e sicurezza della terapia.

Diagnosi differenziale

Poiché disattenzione e irrequietezza sono sintomi comuni, l’elenco delle alternative è lungo. Vanno esclusi i deficit sensoriali (in particolare l’ipoacusia), i disturbi specifici dell’apprendimento che generano disattenzione secondaria in classe, la disabilità intellettiva e l’alto potenziale cognitivo con noia scolastica, i disturbi d’ansia e la depressione, che nel bambino si esprimono spesso con irritabilità e distraibilità, il disturbo bipolare a esordio precoce, che però presenta episodicità e alterazione dell’umore, e il disturbo dello spettro autistico, in cui il deficit sociale è primario, pur potendo coesistere con l’ADHD. Sul versante medico bisogna considerare l’ipertiroidismo, l’epilessia con assenze, che può simulare episodi di disattenzione, i disturbi del sonno come le apnee ostruttive, l’intossicazione da piombo, gli effetti di farmaci e le condizioni familiari di trascuratezza o maltrattamento, che producono quadri comportamentali molto simili.

Terapia per principi

Il trattamento è multimodale e va calibrato su età, gravità e comorbilità. Gli interventi psicoeducativi e comportamentali sono il primo passo in tutti i casi e l’unico indicato in età prescolare: parent training per insegnare ai genitori strategie coerenti di gestione del comportamento, interventi a scuola con adattamenti didattici e rinforzi positivi, terapia cognitivo-comportamentale per il bambino più grande e per l’adolescente. Nelle forme moderate e gravi, o quando gli interventi non farmacologici non bastano, si aggiunge la terapia farmacologica.

I farmaci di prima scelta sono gli psicostimolanti, in particolare il metilfenidato, che aumenta la disponibilità di dopamina e noradrenalina nella corteccia prefrontale bloccandone la ricaptazione; sono efficaci nella grande maggioranza dei pazienti con effetto rapido. Gli effetti indesiderati più comuni sono riduzione dell’appetito, insonnia, cefalea, dolore addominale, lieve aumento di frequenza cardiaca e pressione e un possibile rallentamento della crescita, che richiede il monitoraggio di peso e altezza. L’alternativa non stimolante è l’atomoxetina, un inibitore selettivo della ricaptazione della noradrenalina, con effetto più lento ma utile in caso di tic, ansia o rischio di abuso di sostanze; anche gli agonisti alfa-2 adrenergici come la guanfacina trovano impiego. Le comorbilità vanno trattate specificamente e la terapia va rivalutata nel tempo, con sospensioni programmate per verificarne la necessità.

Complicanze e prevenzione

L’ADHD non trattato si associa a insuccesso scolastico e abbandono, difficoltà relazionali con isolamento e bullismo, bassa autostima, aumento del rischio di incidenti e traumi, comportamenti antisociali, uso di sostanze in adolescenza, incidenti stradali e instabilità lavorativa nell’adulto. Il trattamento adeguato, farmacologico e non, riduce in modo documentato molti di questi esiti; i dati indicano che la terapia con stimolanti non aumenta, e probabilmente riduce, il rischio di dipendenza da sostanze. Non esiste prevenzione primaria specifica; sono prudenti la riduzione dei fattori di rischio prenatali (fumo, alcol) e la sorveglianza dello sviluppo per una diagnosi precoce. La transizione all’età adulta è un momento critico in cui molti pazienti perdono la continuità delle cure e merita un’attenzione particolare.

Come cade l’ADHD al concorso

Le domande d’esame sull’ADHD seguono schemi ricorrenti. La prima forma chiede i criteri diagnostici, con particolare attenzione all’età di esordio (prima dei dodici anni), alla durata dei sintomi (almeno sei mesi) e alla presenza in almeno due contesti; i distrattori propongono spesso soglie diverse. La seconda verte sul farmaco di prima scelta e sul suo meccanismo d’azione, ovvero il metilfenidato come inibitore della ricaptazione di dopamina e noradrenalina, oppure sull’alternativa non stimolante, l’atomoxetina. La terza è un caso clinico di un bambino di sette-otto anni con difficoltà scolastiche, irrequietezza e impulsività riferite da genitori e insegnanti, in cui bisogna scegliere la diagnosi più probabile tra ADHD, disturbo oppositivo, ansia e disturbo dell’apprendimento. La quarta riguarda le comorbilità più frequenti o gli effetti collaterali degli stimolanti, in particolare l’inappetenza e l’insonnia. La quinta chiede qual è il trattamento indicato in età prescolare, dove la risposta corretta è l’intervento comportamentale e il parent training, non il farmaco. Per allenarsi su questi quesiti, le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia ripropongono i casi di neuropsichiatria infantile con la stessa struttura delle prove ufficiali, spiegando ogni distrattore. Chi valuta questa area come sbocco professionale può consultare le guide sulla specializzazione in neuropsichiatria infantile e sulla specializzazione in psichiatria.

In sintesi

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo a forte base genetica, legato a una disfunzione dei circuiti fronto-striatali dopaminergici e noradrenergici, definito da disattenzione e/o iperattività-impulsività persistenti da almeno sei mesi, presenti in due contesti, esordite prima dei dodici anni e con impatto funzionale. La diagnosi è clinica, basata su più informatori e questionari standardizzati, senza esami strumentali di conferma, e richiede l’esclusione di deficit sensoriali, disturbi dell’apprendimento, ansia, depressione, epilessia e disturbi del sonno. Le comorbilità sono frequenti e vanno cercate attivamente. Il trattamento è multimodale: interventi comportamentali e parent training sempre, psicostimolanti (metilfenidato) come prima scelta farmacologica nelle forme moderate e gravi, atomoxetina come alternativa. Tenere a mente soglie, età di esordio, meccanismo dei farmaci e regola dell’età prescolare permette di rispondere alla quasi totalità delle domande del concorso.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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