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Prelievo venoso: procedura, errori e domande da concorso

6 Ottobre 2026 · Mario Lomele

Prelievo venoso: procedura, errori e domande da concorso

Il prelievo venoso è una delle procedure che l’infermiere esegue più spesso in reparto, in ambulatorio e a domicilio, ed è proprio per questo che compare con regolarità nelle prove scritte e orali dei concorsi sanitari. Sembra un gesto semplice, quasi automatico, ma dietro una provetta correttamente riempita ci sono identificazione del paziente, prevenzione delle infezioni, scelta della sede, ordine dei campioni e gestione del materiale biologico. In questo articolo ripercorriamo la procedura con il taglio richiesto da una commissione: che cosa si fa, perché lo si fa e dove si sbaglia più facilmente.

Che cos’è il prelievo venoso

Con il termine prelievo venoso si indica la raccolta di un campione di sangue da una vena periferica, ottenuta mediante puntura percutanea, allo scopo di eseguire esami di laboratorio. Si tratta di una procedura invasiva, anche se minimamente, perché interrompe la continuità della cute e mette in comunicazione il circolo ematico con l’ambiente esterno. Proprio questa caratteristica giustifica l’attenzione a tecnica asettica, protezione dell’operatore e corretta gestione dei taglienti.

La sede più utilizzata nell’adulto è la piega del gomito, dove decorrono vene superficiali di buon calibro e facilmente palpabili, come la cefalica, la basilica e la mediana del gomito. In alternativa si ricorre alle vene del dorso della mano o dell’avambraccio. Il campione raccolto può servire per esami ematologici, come l’emocromo, per indagini biochimiche, per lo studio della coagulazione, per dosaggi farmacologici o per indagini microbiologiche.

Prelievo venoso e prelievo arterioso: la differenza

È una distinzione che le commissioni amano chiedere. Il prelievo arterioso serve soprattutto per l’emogasanalisi, si esegue in genere sull’arteria radiale dopo aver valutato la circolazione collaterale, è più doloroso e comporta un rischio emorragico maggiore, per cui richiede una compressione più prolungata. Il prelievo venoso, al contrario, è la via ordinaria per la grande maggioranza degli esami di laboratorio.

Indicazioni e controindicazioni del prelievo venoso

L’indicazione è sempre una prescrizione di esami, che può riguardare la diagnosi, il monitoraggio di una terapia, il controllo di un decorso postoperatorio o uno screening. L’infermiere verifica che la richiesta sia completa, che gli esami siano compatibili con le condizioni del paziente e che eventuali preparazioni siano state rispettate, per esempio il digiuno quando richiesto dal laboratorio o l’orario preciso per alcuni dosaggi di farmaci.

Più che di controindicazioni assolute si parla di sedi da evitare. Non si preleva dall’arto in cui è in corso un’infusione, perché il campione risulterebbe diluito o contaminato dalla soluzione infusa; se non esistono alternative, si sospende l’infusione per il tempo indicato dal protocollo aziendale e si preleva a monte. Si evita l’arto con fistola arterovenosa per dialisi, l’arto omolaterale a una dissezione linfonodale ascellare, le zone con ematomi, flebiti, cicatrici estese, edema importante, lesioni cutanee o infezioni locali. Anche le vene sclerotiche o trombizzate non sono una buona scelta, perché il prelievo fallisce e il paziente subisce punture inutili.

Materiale necessario

La preparazione del carrello è il primo segnale di competenza. Servono guanti monouso non sterili, laccio emostatico, antisettico cutaneo secondo il protocollo in uso, garze o batuffoli, cerotto, sistema di prelievo sottovuoto con camicia e ago, oppure ago butterfly quando la vena è piccola o fragile, provette adeguate agli esami richiesti, etichette, richiesta di esame, contenitore rigido per taglienti e, quando previsto, contenitore per il trasporto dei campioni. Una traversa protettiva sotto l’arto aiuta a mantenere pulita l’area.

Il sistema sottovuoto è oggi lo standard, perché riduce il contatto con il sangue e permette di riempire più provette con una sola venipuntura. La siringa resta un’alternativa in situazioni particolari, ma il trasferimento del sangue nelle provette va fatto con dispositivi dedicati, mai forzando il tappo con l’ago. I dispositivi di protezione individuale vanno scelti in base al rischio: i guanti sono sempre necessari, mentre protezioni aggiuntive si valutano in caso di paziente agitato o rischio di schizzi.

Come si esegue il prelievo venoso passo per passo

La procedura comincia prima di toccare il paziente. L’infermiere controlla la richiesta, prepara il materiale e verifica l’identità della persona con almeno due identificativi, chiedendo nome, cognome e data di nascita quando il paziente è in grado di rispondere e confrontandoli con il braccialetto e con la documentazione. L’errore di identificazione è uno degli eventi più gravi in ambito di laboratorio, perché un campione attribuito alla persona sbagliata può portare a decisioni cliniche errate, fino alla trasfusione incompatibile.

Si spiega la procedura, si raccoglie il consenso, si chiede se in passato ci sono stati svenimenti durante i prelievi e se la persona assume farmaci che favoriscono il sanguinamento. Si esegue l’igiene delle mani e si indossano i guanti. Il paziente viene fatto sedere o sdraiare, con il braccio disteso e appoggiato; chi ha una storia di lipotimia va posto in posizione supina.

Si applica il laccio alcuni centimetri sopra la sede scelta, in modo da bloccare il ritorno venoso senza interrompere il flusso arterioso: il polso radiale deve restare palpabile. Il laccio va mantenuto per il tempo più breve possibile, perché una stasi prolungata altera alcuni parametri, concentrando proteine e altre componenti del sangue e favorendo l’emolisi. Allo stesso modo va evitato di far aprire e chiudere ripetutamente il pugno, che può modificare i valori di alcuni elettroliti.

La vena si individua soprattutto con la palpazione: una vena valida è elastica, rimbalza sotto il dito e non pulsa. Si disinfetta la cute secondo il protocollo e si lascia asciugare l’antisettico, senza soffiare né ripassare con le dita sulla zona già disinfettata. Con la mano non dominante si tende la cute sotto la sede di puntura per stabilizzare la vena, quindi si introduce l’ago con il bisello rivolto verso l’alto e un angolo ridotto rispetto alla cute, seguendo la direzione del vaso.

Quando il sangue compare nel sistema, si inseriscono le provette una dopo l’altra, lasciandole riempire fino al volume previsto dal vuoto. Le provette con additivo vanno capovolte delicatamente il numero di volte indicato dal produttore, senza agitarle. Si rilascia il laccio prima di estrarre l’ago, si appoggia una garza sulla sede, si estrae l’ago e lo si attiva subito nel dispositivo di sicurezza o lo si elimina direttamente nel contenitore per taglienti, senza mai reincappucciarlo. Si comprime la sede tenendo il braccio disteso: piegare il gomito favorisce la formazione di ematomi.

Le provette vanno etichettate davanti al paziente, mai prima del prelievo e mai a distanza di tempo. Infine si smaltisce il materiale, si tolgono i guanti, si esegue di nuovo l’igiene delle mani, si registra l’attività e si invia il campione nei tempi e alle condizioni di conservazione indicate dal laboratorio.

L’ordine delle provette

Quando si riempiono più provette, l’ordine conta perché gli additivi di una provetta possono contaminare quella successiva. In linea generale si raccolgono per prime le emocolture, che richiedono la massima sterilità, poi la provetta per la coagulazione con citrato, quindi quelle senza additivo o con attivatore della coagulazione per il siero, poi quelle con eparina, quelle con EDTA e infine quelle con inibitori della glicolisi. Ogni azienda può adottare indicazioni proprie, ma il principio da saper spiegare è sempre lo stesso: evitare il trascinamento degli additivi, che può falsare in particolare i test di coagulazione e alcuni elettroliti.

Complicanze del prelievo venoso

La complicanza più frequente è l’ematoma, favorito da ago che attraversa la vena da parte a parte, compressione insufficiente, piegamento del gomito o terapia anticoagulante. Si previene con una tecnica corretta e con una compressione adeguata, prolungata nei pazienti che assumono farmaci che interferiscono con l’emostasi.

La reazione vasovagale, con pallore, sudorazione, nausea e possibile perdita di coscienza, è il motivo per cui il prelievo non si esegue mai con il paziente in piedi. Ai primi segni si interrompe la procedura, si rimuovono laccio e ago, si mette la persona in posizione supina con gli arti inferiori sollevati e si rivalutano i parametri vitali.

Più rare sono la lesione di un nervo, che si manifesta con dolore acuto irradiato o scossa elettrica e impone di estrarre subito l’ago, la puntura arteriosa accidentale, riconoscibile dal sangue rosso vivo e pulsante, la flebite e l’infezione locale, che rientrano nel capitolo delle infezioni correlate all’assistenza. Esiste poi un rischio per l’operatore: la puntura accidentale con ago contaminato è un evento da gestire secondo la procedura aziendale per il rischio biologico, con lavaggio, segnalazione e valutazione medica tempestiva.

Le complicanze del campione

Accanto alle complicanze cliniche esistono quelle che riguardano il campione. L’emolisi, cioè la rottura dei globuli rossi, può derivare da aghi troppo sottili, aspirazione energica con siringa, agitazione vigorosa delle provette o laccio tenuto troppo a lungo, e altera in modo significativo alcuni risultati. Un campione coagulato in una provetta che doveva restare liquida, una provetta riempita poco, un’etichetta mancante o non coerente sono tutti motivi per cui il laboratorio può rifiutare il campione, con la necessità di ripetere il prelievo.

Responsabilità e competenze dell’infermiere

Il prelievo venoso rientra pienamente nelle competenze dell’infermiere, che ne è responsabile dalla verifica della richiesta fino all’invio del campione. Questo significa che l’infermiere risponde dell’identificazione corretta, della scelta della sede, dell’esecuzione in sicurezza, dell’etichettatura, della conservazione e della documentazione. Non si tratta di un atto meramente esecutivo: la valutazione del paziente, del patrimonio venoso e delle condizioni che rendono preferibile una sede o un dispositivo è un giudizio professionale.

Nelle domande di concorso compare spesso anche il tema dell’attribuzione: alcune attività di supporto, come la preparazione del materiale o il trasporto dei campioni secondo le procedure, possono coinvolgere l’operatore socio sanitario, mentre la venipuntura resta un atto infermieristico. Per chi vuole chiarire questi confini è utile ripassare le mansioni dell’OSS, che vengono spesso confrontate con le competenze dell’infermiere nelle prove a risposta multipla.

Errori tipici da evitare

Il primo errore è non identificare correttamente il paziente o etichettare le provette lontano dal letto. Il secondo è prelevare dall’arto in cui scorre un’infusione, ottenendo risultati falsati. Molto frequente è anche lasciare il laccio troppo a lungo, cercando la vena per minuti, oppure toccare con il dito la cute appena disinfettata per ripalpare la vena. Altri errori ricorrenti sono reincappucciare l’ago, sbagliare l’ordine delle provette, riempirle in modo insufficiente, agitarle con forza, far piegare il gomito dopo il prelievo e dimenticare di registrare l’attività. In una prova orale, citare questi errori dimostra di conoscere la procedura nella pratica e non solo sui libri.

Come cade il prelievo venoso al concorso

Il prelievo venoso al concorso compare in forme diverse. Nelle domande a risposta multipla si chiedono la sede preferenziale, il motivo per cui il laccio va rilasciato prima di estrarre l’ago, la posizione del bisello, il comportamento in caso di infusione in corso, l’ordine delle provette o la gestione della puntura accidentale. Nelle prove pratiche o simulate la commissione osserva la sequenza: identificazione, igiene delle mani, preparazione del materiale, rispetto dell’asepsi, smaltimento dei taglienti e documentazione.

All’orale è frequente la domanda aperta del tipo descriva la procedura di prelievo venoso, che va affrontata con un ordine logico: definizione, indicazioni, materiale, fasi, complicanze, responsabilità. Rispondere in modo strutturato vale più che elencare dettagli sparsi. Per abituarsi a questo tipo di quesiti, le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia permettono di allenarsi sulle domande di procedura infermieristica e di capire perché una risposta è corretta e le altre no.

In sintesi

Il prelievo venoso è un atto infermieristico che unisce tecnica e sicurezza. Si comincia con la verifica della richiesta e l’identificazione del paziente, si prosegue con igiene delle mani, scelta accurata della sede, laccio breve, antisepsi e venipuntura con sistema chiuso, si riempiono le provette nell’ordine corretto e si conclude con compressione, smaltimento sicuro dei taglienti, etichettatura al letto del paziente e registrazione. Le complicanze più comuni sono l’ematoma e la reazione vasovagale, mentre gli errori più gravi riguardano l’identificazione e la qualità del campione. Chi prepara un concorso deve saper raccontare la procedura in modo ordinato, spiegando la ragione di ogni passaggio.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara ai concorsi sanitari con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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