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Concorso SSM

Iponatriemia da esercizio: cause, clinica e terapia

6 Ottobre 2026 · Mario Lomele

Iponatriemia da esercizio: cause, clinica e terapia

L’iponatriemia da esercizio è la riduzione della concentrazione plasmatica di sodio che si sviluppa durante o subito dopo un’attività fisica prolungata, tipicamente nelle gare di resistenza come maratone, ultramaratone, triathlon lunghi ed escursioni impegnative. È una condizione potenzialmente letale perché, nelle forme severe, provoca edema cerebrale; allo stesso tempo è prevenibile, e il suo meccanismo principale va contro un’idea ancora diffusa tra gli sportivi, cioè che bere il più possibile sia sempre una scelta sicura. Per lo studente che prepara il Concorso SSM è un argomento ideale: unisce fisiologia dell’acqua e del sodio, ormone antidiuretico, diagnosi differenziale in pronto soccorso e un errore terapeutico classico.

Che cos’è l’iponatriemia da esercizio

Si parla di iponatriemia da esercizio quando, in relazione allo sforzo fisico, la natriemia scende al di sotto del limite inferiore della norma del laboratorio. Come per ogni iponatriemia, la gravità clinica non dipende soltanto dal valore assoluto, ma soprattutto dalla velocità con cui il sodio si riduce: un calo rapido, come quello che avviene in poche ore di gara, lascia al cervello poco tempo per adattarsi e rende più probabile l’edema cerebrale. La forma può essere asintomatica, scoperta solo con un prelievo, oppure sintomatica, con un ventaglio che va dalla nausea al coma.

È importante inquadrarla correttamente: si tratta quasi sempre di un’iponatriemia ipotonica da eccesso relativo di acqua corporea, non da perdita prevalente di sodio. Il paziente tipico non è disidratato, anzi spesso ha guadagnato peso durante la gara.

Fisiopatologia: troppa acqua e ADH che non si spegne

Il meccanismo centrale è un’assunzione di liquidi ipotonici superiore alle perdite, cioè superiore a quanto il soggetto elimina con sudore, respirazione e urine. In condizioni normali un eccesso di acqua viene eliminato rapidamente dal rene, perché l’ipotonicità sopprime la secrezione di ormone antidiuretico e consente l’escrezione di urine diluite. Durante l’esercizio prolungato, però, numerosi stimoli non osmotici mantengono elevata la secrezione di ADH: lo stress fisico, il dolore, la nausea, il vomito, l’ipoglicemia, alcuni farmaci e la riduzione del volume circolante effettivo. Il risultato è uno stato simile alla sindrome da inappropriata secrezione di ADH, in cui il rene trattiene acqua libera anche in presenza di ipotonicità.

A questi fattori si aggiungono le perdite di sodio con il sudore, che contribuiscono soprattutto quando vengono reintegrate solo con acqua, e la possibile mobilizzazione ritardata di liquidi assunti e non ancora assorbiti dal tratto gastrointestinale, che spiega perché i sintomi possano comparire o peggiorare anche dopo l’arrivo. Quando l’osmolalità plasmatica scende, l’acqua si sposta nelle cellule seguendo il gradiente osmotico: nel cervello, chiuso nella scatola cranica, questo rigonfiamento produce ipertensione endocranica, e nei casi più gravi erniazione. In alcuni pazienti si associa un edema polmonare non cardiogeno.

Fattori di rischio

I fattori di rischio si ricavano dal meccanismo. Il più importante è l’eccessiva assunzione di liquidi, favorita dalla convinzione di dover bere a ogni punto di ristoro indipendentemente dalla sete. Seguono la lunga durata dello sforzo, quindi un ritmo di gara lento che lascia più tempo per bere, il basso peso corporeo, la scarsa esperienza in gare di resistenza e l’aumento di peso durante la competizione, che è il segno indiretto più eloquente di un bilancio idrico positivo. Anche alcuni farmaci, come i FANS e gli antidepressivi che favoriscono la secrezione di ADH, possono contribuire. Le condizioni climatiche contano in modo meno lineare: il caldo aumenta le perdite di sodio con il sudore, ma l’iponatriemia può verificarsi anche in ambienti freschi proprio per l’eccesso di acqua introdotta.

Clinica: dai sintomi lievi all’encefalopatia

Le forme lievi si presentano con sintomi aspecifici, facilmente confondibili con la normale stanchezza di fine gara: nausea, cefalea, gonfiore delle mani e dei piedi, senso di testa vuota, malessere generale. È proprio questa aspecificità a renderle insidiose. Con l’aggravarsi del quadro compaiono vomito, confusione, agitazione, comportamento inappropriato, sonnolenza e difficoltà a mantenere la stazione eretta. Le forme severe configurano un’encefalopatia iponatriemica: convulsioni, alterazione grave dello stato di coscienza, coma, segni di erniazione e insufficienza respiratoria, talvolta con edema polmonare.

Il punto clinico da ricordare è che il vomito, che in un altro contesto farebbe pensare alla disidratazione, nell’atleta con iponatriemia da esercizio è spesso un sintomo neurologico e al tempo stesso uno stimolo ulteriore alla secrezione di ADH. Un atleta confuso al traguardo non va quindi gestito d’istinto con liquidi per via orale o endovenosa.

Diagnosi e diagnosi differenziale

La diagnosi si basa sul dosaggio della natriemia, idealmente con un analizzatore point-of-care direttamente nell’area medica della gara, che permette di decidere rapidamente. Il peso corporeo confrontato con quello pre-gara, quando disponibile, è un dato prezioso: un aumento o un mantenimento del peso orienta verso il sovraccarico idrico. In ospedale si completano gli esami con osmolalità plasmatica, glicemia, funzionalità renale, potassiemia, creatinchinasi e, se indicato, osmolalità e sodio urinari e imaging cerebrale.

La diagnosi differenziale del collasso o della confusione in un atleta di resistenza comprende il colpo di calore, da sospettare in presenza di ipertermia e da confermare con la temperatura centrale rettale; la semplice sincope da sforzo all’arrivo, legata al ristagno venoso agli arti inferiori quando l’atleta si ferma improvvisamente; l’ipoglicemia; la disidratazione; gli eventi cardiaci; e il trauma cranico. Le condizioni possono anche coesistere. Occorre inoltre ricercare la rabdomiolisi, che può accompagnare lo sforzo prolungato e complicarsi con insufficienza renale acuta, e non confondere i crampi muscolari associati alla fatica con un segno specifico di deficit di sodio.

Gestione e terapia

La gestione dipende dalla gravità dei sintomi più che dal numero. Nella forma asintomatica o lievemente sintomatica il primo intervento è sospendere l’assunzione di liquidi ipotonici e osservare il paziente fino alla ripresa della diuresi, che corregge spontaneamente il quadro. Si possono usare piccole quantità di soluzioni orali ipertoniche o alimenti salati, secondo i protocolli dell’organizzazione sanitaria. Vanno assolutamente evitati i liquidi ipotonici e la soluzione fisiologica in grandi volumi data per riflesso a ogni atleta che si sente male.

Nelle forme con sintomi neurologici moderati o severi il trattamento di riferimento è la soluzione salina ipertonica somministrata in bolo endovenoso, eventualmente ripetuto, con l’obiettivo di ridurre rapidamente l’edema cerebrale e far regredire i sintomi. La logica è opposta a quella dell’iponatriemia cronica: qui il calo è acuto, il rischio immediato è l’erniazione e il beneficio della correzione rapida supera il rischio di demielinizzazione osmotica, che resta comunque da tenere presente evitando correzioni eccessive nelle ore successive. Il paziente sintomatico va trasferito in ospedale con monitoraggio, gestione delle vie aeree se necessario e controlli seriati della natriemia. La somministrazione di ipertonica non deve essere ritardata in attesa dell’imaging, se il quadro clinico e il dosaggio del sodio sono coerenti.

Prevenzione dell’iponatriemia da esercizio

La prevenzione si fonda su un messaggio semplice: bere in base alla sete, senza forzare l’assunzione oltre il bisogno. Per gli atleti più esperti è utile conoscere le proprie perdite pesandosi prima e dopo gli allenamenti in condizioni simili a quelle di gara, così da evitare sia la disidratazione importante sia il guadagno di peso. Le bevande contenenti sodio sono utili per reintegrare le perdite, ma non proteggono da sole dall’iponatriemia se il volume assunto è eccessivo, perché sono comunque ipotoniche rispetto al plasma. Gli organizzatori delle gare di resistenza hanno un ruolo importante: distanza ragionevole fra i punti di ristoro, informazione ai partecipanti, personale sanitario formato e disponibilità di dosaggio rapido del sodio nell’area medica.

Sul piano medico-legale generale, l’organizzazione dell’assistenza sanitaria in un evento sportivo deve essere commisurata al tipo di gara e al numero di partecipanti, e il personale deve conoscere i protocolli per questa evenienza. Un errore di gestione, come l’infusione indiscriminata di liquidi ipotonici a un atleta confuso, può configurare una condotta non conforme alle buone pratiche.

Come cade l’iponatriemia da esercizio al concorso

Al Concorso SSM questo tema si presta a casi clinici di emergenza. Lo scenario classico è un maratoneta amatoriale, lento, che ha bevuto a ogni ristoro, arriva confuso, con nausea e vomito, peso aumentato e temperatura normale; la domanda chiede la diagnosi più probabile, l’esame da eseguire subito o il trattamento corretto. La risposta giusta riconosce l’iponatriemia ipervolemica o euvolemica da eccesso di acqua e sceglie la soluzione salina ipertonica nelle forme con sintomi neurologici, mentre la scelta trappola è l’infusione di fisiologica o di glucosata per una presunta disidratazione.

Gli errori tipici da evitare sono quattro: pensare che ogni atleta collassato sia disidratato; applicare all’iponatriemia acuta sintomatica la prudenza nella correzione che vale per le forme croniche; dimenticare di misurare la temperatura centrale per escludere il colpo di calore; trascurare il ruolo dell’ADH non osmotico. Per consolidare questi passaggi è utile esercitarsi con casi realistici, ad esempio con le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia, dove il ragionamento dietro la risposta conta quanto la risposta stessa.

In sintesi

L’iponatriemia da esercizio è un’iponatriemia ipotonica acuta causata soprattutto da un’assunzione di liquidi superiore alle perdite, in presenza di una secrezione di ADH mantenuta da stimoli non osmotici legati allo sforzo. Colpisce più spesso gli atleti lenti, di basso peso e poco esperti che bevono oltre la sete e aumentano di peso durante la gara. I sintomi vanno dalla nausea all’encefalopatia con convulsioni e coma, per edema cerebrale. La diagnosi richiede il dosaggio del sodio e la distinzione dal colpo di calore e dalle altre cause di collasso. Le forme lievi si trattano con restrizione dei liquidi, quelle con sintomi neurologici con salina ipertonica in bolo, senza ritardi. La prevenzione si riassume nel bere secondo la sete.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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