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Stravaso: cos’è, come si gestisce e domande d’esame

6 Ottobre 2026 · Mario Lomele

Stravaso: cos’è, come si gestisce e domande d’esame

Lo stravaso è una delle complicanze della terapia endovenosa che l’infermiere deve saper riconoscere e gestire senza esitazioni. Si verifica quando un farmaco destinato a scorrere in vena fuoriesce nei tessuti circostanti e, a seconda delle caratteristiche della sostanza, può provocare da un semplice gonfiore fino a lesioni profonde con necrosi della cute e dei tessuti sottostanti. È un evento relativamente raro se paragonato alla flebite, ma potenzialmente molto grave, soprattutto in oncologia. Nei concorsi per infermiere lo stravaso compare spesso sotto forma di definizione, di confronto con l’infiltrazione e di caso clinico in cui bisogna indicare la sequenza corretta di azioni. In questa guida lo affrontiamo con il taglio da concorso.

Che cos’è lo stravaso

Per stravaso si intende la fuoriuscita accidentale, dal vaso nei tessuti perivascolari, di un farmaco o di una soluzione con potere vescicante o irritante, cioè in grado di danneggiare i tessuti con cui viene a contatto. Il termine va distinto con precisione dall’infiltrazione, che indica la fuoriuscita nei tessuti di una soluzione non vescicante: anche l’infiltrazione provoca gonfiore, dolore e disagio, ma in genere non causa danni tissutali gravi. La distinzione non dipende quindi dal meccanismo, che è lo stesso, ma dalla natura della sostanza fuoriuscita. È una delle domande più classiche dei quiz.

I farmaci si classificano, rispetto al rischio di danno in caso di stravaso, in tre gruppi. I vescicanti sono in grado di provocare bolle, ulcerazioni e necrosi; vi rientrano diversi chemioterapici, ma anche alcuni farmaci non oncologici. Gli irritanti causano dolore, infiammazione e flebite lungo il decorso della vena, ma raramente necrosi, salvo grandi volumi. I non vescicanti, o neutri, raramente provocano danni significativi. Fra i farmaci non chemioterapici con potenziale lesivo si citano spesso le soluzioni ipertoniche, alcune soluzioni con pH estremi, alcuni elettroliti concentrati, i mezzi di contrasto e i farmaci vasocostrittori: ogni azienda dispone di elenchi aggiornati, ed è a questi che occorre fare riferimento.

Perché succede: fattori di rischio

I fattori di rischio si dividono in tre gruppi: legati al paziente, al dispositivo e alla procedura. Fra i fattori legati al paziente ci sono le vene fragili, sottili o sclerotiche tipiche dell’anziano e di chi ha ricevuto molte terapie endovenose, la difficoltà a comunicare il dolore per sedazione, confusione o barriere linguistiche, l’agitazione psicomotoria, le alterazioni della circolazione o del drenaggio linfatico dell’arto e le malattie che riducono la sensibilità, come la neuropatia. I fattori legati al dispositivo comprendono la sede di inserzione in zone di flessione come il polso o la piega del gomito, un catetere mal fissato o posizionato da tempo, l’uso di aghi metallici al posto delle cannule, punture multiple sulla stessa vena.

I fattori legati alla procedura riguardano la mancata verifica della pervietà prima della somministrazione, l’infusione ad alta pressione o ad alta velocità, la somministrazione di farmaci vescicanti attraverso un accesso periferico non appena posizionato o di dubbia funzionalità, la scarsa sorveglianza durante l’infusione e la mancata informazione del paziente, che dovrebbe sapere di dover segnalare subito qualunque fastidio. Anche gli accessi centrali, compreso il catetere venoso centrale, possono dare stravaso, ad esempio per dislocazione della punta o per rottura del dispositivo, e in quel caso la fuoriuscita può interessare spazi profondi.

Come si riconosce lo stravaso

I segni e sintomi da cercare sono quelli di un cambiamento della sede di infusione: dolore, bruciore o sensazione di puntura riferiti dal paziente, gonfiore, arrossamento o pallore della cute, cute fredda o tesa, rallentamento o arresto del flusso, resistenza durante l’iniezione, assenza di ritorno ematico, fuoriuscita di liquido dal punto di inserzione. Nel caso dei farmaci vescicanti la reazione può essere immediata, ma talvolta i segni compaiono o peggiorano dopo ore o giorni, con formazione di bolle, indurimento e infine ulcerazione. Per questo la sorveglianza non si esaurisce al termine dell’infusione.

Il ritorno di sangue, preso da solo, non garantisce che il catetere sia ben posizionato: può essere presente anche quando la punta ha parzialmente perforato la parete. È un concetto che le commissioni amano verificare. La valutazione deve sempre unire più elementi: aspetto della sede, sintomi riferiti, comportamento del flusso. Il confronto con l’arto controlaterale aiuta a cogliere gonfiori iniziali.

La prevenzione e le regole di corretta somministrazione

La prevenzione dello stravaso è parte integrante delle regole di sicurezza della terapia endovenosa. Il primo passo è conoscere il farmaco: prima di somministrarlo bisogna sapere se è vescicante, irritante o neutro e quale procedura prevede l’azienda. Per i farmaci vescicanti si sceglie l’accesso più appropriato, spesso un accesso centrale in caso di infusioni prolungate o ripetute; quando si usa la via periferica, si preferisce un catetere appena posizionato, in una vena di buon calibro dell’avambraccio, evitando dorso della mano, polso e piega del gomito. Si verifica la pervietà con un lavaggio di soluzione fisiologica prima di iniziare, osservando la sede e chiedendo al paziente che cosa avverte.

Durante la somministrazione si sorveglia la sede con regolarità, soprattutto nei primi minuti, e per i vescicanti in bolo si controlla periodicamente il ritorno ematico secondo la procedura. Il fissaggio deve permettere di vedere la sede, per questo si preferiscono le medicazioni trasparenti. Il paziente va informato in modo chiaro: deve chiamare subito se sente dolore, bruciore o gonfiore. Tra un farmaco e l’altro e al termine si esegue il lavaggio della linea. Sono misure semplici, ma sono quelle che fanno la differenza.

Come si gestisce lo stravaso: la procedura

La gestione dello stravaso è descritta in protocolli aziendali specifici, spesso accompagnati da un kit dedicato nei reparti dove si somministrano farmaci vescicanti. Al concorso è sufficiente conoscere la sequenza generale, che è sostanzialmente condivisa. La prima azione è interrompere immediatamente l’infusione, senza lavare la linea, perché il lavaggio spingerebbe altro farmaco nei tessuti. Si scollega il deflussore lasciando in sede il catetere, si tenta di aspirare con una siringa la maggior quantità possibile di farmaco residuo dal catetere e, se indicato dal protocollo, dalla zona interessata. Si avvisa subito il medico e, nei contesti oncologici, si segue la procedura prevista per il farmaco coinvolto.

Dopo l’aspirazione si rimuove il catetere, salvo che il protocollo preveda di usarlo per somministrare un antidoto. Si delimita l’area interessata con un pennarello, si fotografa se previsto, si solleva l’arto per favorire il riassorbimento e si applicano impacchi freddi o caldi a seconda del farmaco: alcuni stravasi si trattano con il freddo, che limita la diffusione, altri con il caldo, che favorisce la dispersione. Per alcuni farmaci esistono antidoti specifici, la cui scelta e prescrizione spettano al medico. Non si esercita pressione sulla zona e non si posiziona un nuovo accesso sullo stesso arto a valle della lesione. Si documenta tutto: farmaco, quantità stimata fuoriuscita, sede, aspetto, azioni intraprese, orari, informazioni date al paziente. L’evento va inoltre segnalato secondo le procedure di gestione del rischio clinico.

Complicanze e follow-up

Le conseguenze di uno stravaso dipendono dal farmaco, dalla quantità, dalla sede e dalla tempestività dell’intervento. Nei casi lievi si ha solo dolore e gonfiore transitori. Nei casi con farmaci vescicanti possono comparire bolle, ulcerazioni, necrosi della cute e del sottocutaneo, che nei casi peggiori interessano tendini, nervi e articolazioni, con esiti funzionali e necessità di trattamento chirurgico. Sono possibili infezioni sovrapposte, come una cellulite infettiva, e sindromi compartimentali quando il volume fuoriuscito è elevato in uno spazio chiuso. Per questo il follow-up prevede controlli ripetuti della sede nei giorni successivi, con valutazione di dolore, colore, estensione e sensibilità, e il coinvolgimento degli specialisti quando necessario.

Lo stravaso va inoltre distinto da altre complicanze della via venosa. La flebite è un’infiammazione della vena, con cordone palpabile e arrossamento lungo il decorso, che può evolvere in trombosi venosa superficiale; l’ematoma è una raccolta di sangue; la reazione allergica locale, detta talvolta flare, si presenta con arrossamento a strisce senza dolore significativo e con flusso conservato. Saper fare questa diagnosi differenziale al letto del paziente è ciò che orienta la risposta corretta.

Errori tipici nella gestione

Gli errori più spesso proposti nei casi d’esame sono questi: continuare l’infusione “per vedere se migliora”, lavare la linea dopo il sospetto di stravaso, rimuovere subito il catetere senza aver tentato l’aspirazione, applicare il caldo o il freddo senza sapere quale farmaco è fuoriuscito, comprimere energicamente la zona, non informare il medico, non documentare o non segnalare l’evento. Altri errori sono a monte: somministrare un vescicante in una vena del dorso della mano o in un catetere posizionato da giorni e di dubbia funzionalità, non verificare la pervietà, non istruire il paziente. In ciascun caso la commissione si aspetta che si individui l’errore e lo si colleghi al danno che può produrre.

Come cade lo stravaso al concorso

Lo stravaso compare nei concorsi in tre forme ricorrenti. La prima è la definizione, quasi sempre in contrapposizione all’infiltrazione: va ricordato che la differenza sta nella natura vescicante o irritante della sostanza. La seconda è la sequenza di gestione, in cui la risposta corretta inizia sempre con l’interruzione dell’infusione senza lavare la linea, seguita dall’aspirazione e dalla comunicazione al medico. La terza è il caso clinico: un paziente in terapia endovenosa riferisce bruciore e la sede appare gonfia e pallida; il candidato deve dire che cosa fa, in che ordine e perché. Possono comparire anche domande sui fattori di rischio e sulle sedi da evitare per i farmaci vescicanti, oltre a domande di collegamento con il catetere venoso periferico e con la gestione delle reazioni avverse ai farmaci.

Il modo più efficace per fissare queste sequenze è allenarsi su casi realistici e confrontare la propria risposta con una spiegazione ragionata: la Piattaforma Accademia propone simulazioni commentate dedicate ai concorsi sanitari.

In sintesi

Lo stravaso è la fuoriuscita nei tessuti di un farmaco vescicante o irritante; se la sostanza non è lesiva si parla di infiltrazione. Si previene conoscendo il farmaco, scegliendo l’accesso e la sede giusti, verificando la pervietà, sorvegliando la sede e istruendo il paziente. Quando si sospetta, si interrompe subito l’infusione senza lavare, si aspira il farmaco residuo, si avvisa il medico, si applicano le misure specifiche previste dal protocollo, si documenta e si segnala. La sorveglianza continua anche nei giorni successivi. Sono concetti brevi da enunciare, ma decisivi al concorso e, soprattutto, al letto del paziente.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara ai concorsi sanitari con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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