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Concorso SSM

Vene varicose: cause, diagnosi e terapia per il SSM

28 Settembre 2026 · Mario Lomele

Vene varicose: cause, diagnosi e terapia per il SSM

Le vene varicose sono tra le condizioni vascolari più diffuse nella popolazione adulta e, proprio perché sembrano banali, finiscono spesso sottovalutate nello studio per il Concorso SSM. In realtà l’argomento si presta a domande precise su anatomia del sistema venoso, fisiopatologia del reflusso, esami strumentali e scelta del trattamento, oltre che sulle complicanze che possono trasformare un problema estetico in una questione clinica seria. In questo articolo vediamo tutto ciò che serve sapere, con attenzione alle trappole più frequenti dei quiz.

Che cosa sono le vene varicose

Si definiscono varici le vene superficiali dilatate, allungate e tortuose, con un diametro stabilmente aumentato e una parete che ha perso la normale elasticità. Nell’arto inferiore interessano soprattutto il territorio della grande safena, che decorre sul versante mediale della gamba e della coscia fino alla giunzione safeno-femorale all’inguine, e della piccola safena, che decorre sulla faccia posteriore della gamba fino alla giunzione safeno-poplitea. A queste si aggiungono i rami collaterali e le vene perforanti, che mettono in comunicazione il circolo superficiale con quello profondo.

È utile distinguere le varici tronculari, che coinvolgono le safene, dalle varici reticolari, vene sottocutanee bluastre di piccolo calibro, e dalle teleangectasie, i cosiddetti capillari a ragnatela. Le ultime due hanno per lo più rilievo estetico, mentre le varici tronculari rappresentano la forma clinicamente più importante e sono il primo gradino di un percorso che può portare all’insufficienza venosa cronica.

Anatomia e fisiologia del ritorno venoso

Il sangue degli arti inferiori risale verso il cuore contro la gravità grazie a diversi meccanismi: la pompa muscolare del polpaccio, che comprime le vene profonde durante la deambulazione, la pompa plantare, le variazioni di pressione intratoracica con il respiro e, soprattutto, un sistema di valvole unidirezionali che impediscono il reflusso. Nel circolo normale il sangue passa dal sistema superficiale a quello profondo attraverso le perforanti e poi risale.

Quando le valvole diventano incontinenti, il sangue refluisce verso il basso in ortostatismo, la pressione venosa distale aumenta, le pareti si dilatano e le valvole a valle vengono a loro volta sfiancate, innescando un circolo vizioso. Questo concetto di ipertensione venosa deambulatoria è il filo conduttore di tutta la patologia venosa cronica.

Eziopatogenesi e fattori di rischio

Si distinguono varici primitive e secondarie. Le primitive, di gran lunga le più comuni, derivano da un’alterazione della parete e delle valvole su base costituzionale, con una marcata componente familiare. Le secondarie sono conseguenza di un’altra patologia, in primo luogo la sindrome post-trombotica dopo una trombosi venosa profonda, in cui la ricanalizzazione del vaso distrugge le valvole profonde, ma anche di fistole artero-venose, compressioni pelviche o malformazioni congenite come la sindrome di Klippel-Trénaunay.

I fattori di rischio classici sono il sesso femminile, l’età, la familiarità, le gravidanze multiple, per l’effetto combinato del progesterone sulla parete e della compressione uterina sulle vene iliache, l’obesità, la stazione eretta prolungata per motivi professionali, la sedentarietà, l’elevata statura e la terapia estroprogestinica. La stipsi cronica viene talvolta citata per l’aumento della pressione addominale.

Quadro clinico

Molti pazienti sono asintomatici e si rivolgono al medico per motivi estetici. Quando i sintomi compaiono, sono caratteristici: pesantezza e tensione alle gambe, dolore sordo, crampi notturni, prurito e gonfiore alla caviglia che peggiorano a fine giornata, con il caldo e con la stazione eretta prolungata, e migliorano con il riposo a gambe sollevate e la deambulazione. L’intensità dei sintomi non è proporzionale al calibro delle varici: pazienti con vene molto evidenti possono lamentare poco, mentre altri con reflussi modesti riferiscono disturbi importanti.

All’esame obiettivo, condotto con il paziente in piedi, si osservano i cordoni venosi dilatati e tortuosi, si valuta la presenza di edema, di alterazioni della cute come iperpigmentazione, eczema e indurimento, e si ricerca eventuale ulcerazione, tipicamente sopra il malleolo mediale. Le classiche manovre semeiologiche, come la prova di Trendelenburg e quella di Perthes, hanno oggi soprattutto valore storico e didattico, ma possono comparire nei quiz: la prima valuta la continenza della giunzione safeno-femorale e delle perforanti, la seconda la pervietà del circolo profondo.

Diagnosi: l’ecocolordoppler al centro

L’esame fondamentale è l’eco-color-doppler venoso degli arti inferiori, eseguito in ortostatismo. Permette di mappare l’anatomia del sistema superficiale, identificare i punti di reflusso alle giunzioni e alle perforanti, misurare la durata del reflusso, verificare la pervietà e la continenza del circolo profondo ed escludere una trombosi in atto. Senza questa mappatura non si dovrebbe pianificare alcun intervento.

Altre metodiche, come la flebografia, l’angio-TC o l’angio-RM venosa, sono riservate a casi selezionati, per esempio quando si sospetta un’ostruzione iliaca o una compressione pelvica. La classificazione CEAP, che descrive il quadro clinico, l’eziologia, l’anatomia e la fisiopatologia, consente di stadiare la malattia in modo uniforme: le varici corrispondono alla classe clinica C2.

Terapia delle vene varicose

Il trattamento conservativo si basa su norme comportamentali, come camminare, evitare la stazione eretta prolungata, sollevare le gambe durante il riposo, controllare il peso, e sulla terapia compressiva con calze elastiche graduate, che riducono i sintomi e l’edema. I farmaci flebotonici, come i flavonoidi, possono attenuare pesantezza e gonfiore ma non modificano la storia naturale e non fanno regredire le varici.

Le terapie invasive mirano a eliminare il reflusso. Oggi le tecniche endovascolari termiche, cioè l’ablazione con laser o con radiofrequenza, rappresentano in molti centri la prima scelta per l’insufficienza della grande safena, grazie a minore dolore e rapido recupero. Esistono anche tecniche non termiche, come la colla cianoacrilica. La scleroterapia, eventualmente con schiuma ecoguidata, è indicata per varici collaterali, reticolari, teleangectasie e recidive. La chirurgia tradizionale con legatura della giunzione safeno-femorale (crossectomia) e asportazione della safena (stripping) resta un’opzione valida, così come le tecniche conservative che preservano la safena. Le flebectomie ambulatoriali permettono di rimuovere i rami collaterali attraverso microincisioni.

Un requisito fondamentale prima di sopprimere il circolo superficiale è la pervietà del circolo profondo: se le vene profonde sono occluse, la safena può rappresentare una via di drenaggio vicariante e la sua rimozione peggiorerebbe la situazione.

Complicanze e diagnosi differenziale

La complicanza più frequente è la tromboflebite superficiale, che si presenta come un cordone venoso arrossato, caldo, duro e dolente. Non va considerata sempre benigna: quando coinvolge la grande safena in prossimità della giunzione safeno-femorale può estendersi al circolo profondo e dare embolia polmonare, per cui va studiata con ecodoppler e, nei casi indicati, trattata con anticoagulanti. Altre complicanze sono la varicorragia, cioè il sanguinamento di una varice superficiale per trauma anche minimo, che si tratta con compressione e sollevamento dell’arto, le alterazioni trofiche cutanee e l’ulcera venosa, segno di un’insufficienza venosa cronica avanzata.

Nella diagnosi differenziale del gonfiore della gamba vanno considerati la trombosi venosa profonda, lo scompenso cardiaco, l’ipoalbuminemia, il linfedema, il lipedema e i farmaci che causano edema, come i calcioantagonisti diidropiridinici.

Come cadono le vene varicose al concorso

I quiz sul tema tendono a verificare alcuni concetti fissi. Il primo è l’esame di riferimento: se la domanda chiede come studiare un paziente con varici prima di un intervento, la risposta è l’ecocolordoppler venoso, non la flebografia. Il secondo è la sede tipica dell’ulcera venosa, malleolare mediale, da distinguere dall’ulcera arteriosa, più distale, dolorosa e a margini netti. Il terzo è la tromboflebite della safena vicina alla crosse, che non va liquidata con soli antinfiammatori ma richiede uno studio del circolo profondo.

Gli errori tipici includono credere che i flebotonici curino le varici, dimenticare di verificare la pervietà del circolo profondo prima dello stripping, confondere la prova di Trendelenburg con quella di Perthes e attribuire al fumo un ruolo centrale, che invece riguarda soprattutto la patologia arteriosa. Per consolidare questi punti conviene esercitarsi su domande realistiche: le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia aiutano a capire la logica dei distrattori. Chi sta scegliendo il proprio percorso può inoltre consultare la guida su come funzionano le scelte SSM, considerando che la chirurgia vascolare è una delle scuole che si occupano direttamente di questa patologia.

In sintesi

Le vene varicose sono dilatazioni permanenti e tortuose delle vene superficiali, per lo più primitive e legate a incontinenza valvolare con ipertensione venosa. Fattori di rischio principali sono sesso femminile, familiarità, gravidanze, obesità e stazione eretta prolungata. I sintomi tipici sono pesantezza, gonfiore serale e crampi. L’ecocolordoppler in ortostatismo è l’esame chiave e la classificazione CEAP colloca le varici in classe C2. La terapia va dalla compressione elastica alle tecniche endovascolari, alla scleroterapia e alla chirurgia, sempre dopo aver verificato la pervietà del circolo profondo. Le complicanze da ricordare sono tromboflebite, varicorragia e ulcera venosa.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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