Iscrizioni aperte al Corso Annuale SSM 2027 · Formula Prima Scelta: paghi solo se entriScopri di più

Concorso SSM

Studi caso-controllo: odds ratio, bias e quiz SSM

24 Settembre 2026 · Mario Lomele

Studi caso-controllo: odds ratio, bias e quiz SSM

Quando una malattia è rara o impiega decenni a manifestarsi, seguire migliaia di persone in attesa che si ammalino è impraticabile. Gli studi caso-controllo risolvono il problema ribaltando la prospettiva: si parte da chi è già malato, si sceglie un gruppo di confronto senza la malattia e si guarda indietro alla ricerca delle esposizioni. È il disegno che ha permesso di collegare il fumo al tumore del polmone ed è uno degli argomenti di epidemiologia più frequenti nel Concorso Nazionale SSM, perché si presta a domande di riconoscimento, di calcolo e di individuazione dei bias. In questo articolo lo trattiamo in modo completo.

Che cosa sono gli studi caso-controllo

Gli studi caso-controllo sono studi osservazionali analitici in cui i soggetti vengono selezionati in base alla presenza o all’assenza della malattia (o dell’esito di interesse) e poi confrontati rispetto alla frequenza di una o più esposizioni pregresse. I “casi” sono le persone con la malattia, i “controlli” sono persone senza la malattia ma provenienti dalla stessa popolazione da cui sono emersi i casi. Il ricercatore non interviene sull’esposizione, si limita a osservare e a ricostruire.

La direzione logica è dall’esito verso la causa: per questo il disegno è spesso definito retrospettivo, anche se il termine descrive il verso dell’indagine più che il momento della raccolta dati. La caratteristica fondamentale, che determina quale misura di associazione si può calcolare, è che il rapporto fra numero di casi e numero di controlli è deciso dal ricercatore e non riflette la frequenza reale della malattia nella popolazione.

Come si costruisce uno studio caso-controllo

Il primo passo è definire con precisione il caso, con criteri diagnostici espliciti, e stabilire da dove reclutarlo: registri di patologia, reparti ospedalieri, medici di base. Il secondo passo, più delicato, è scegliere i controlli. Il principio è che i controlli devono rappresentare la popolazione che avrebbe generato i casi se si fosse ammalata: devono cioè avere avuto la stessa probabilità di esposizione dei casi, malattia a parte. Controlli ospedalieri, controlli di popolazione e controlli di vicinato sono le opzioni più usate, ciascuna con vantaggi e rischi.

Spesso si ricorre all’appaiamento (matching): a ogni caso vengono associati uno o più controlli simili per età, sesso o altre variabili potenzialmente confondenti. L’appaiamento neutralizza il confondimento per le variabili scelte, ma impedisce di studiare quelle stesse variabili come fattori di rischio e richiede un’analisi statistica dedicata. Il terzo passo è misurare l’esposizione nel passato di casi e controlli con lo stesso metodo e, idealmente, con intervistatori all’oscuro dello stato di malattia.

La misura di associazione: l’odds ratio spiegato a parole

Poiché il ricercatore fissa quanti casi e quanti controlli arruolare, non è possibile calcolare l’incidenza della malattia negli esposti e nei non esposti, e quindi nemmeno il rischio relativo. Ciò che si può calcolare è l’odds ratio (OR), cioè il rapporto fra l’odds di esposizione nei casi e l’odds di esposizione nei controlli. L’odds è il rapporto fra esposti e non esposti all’interno di un gruppo.

Nella tabella 2×2 con l’esposizione sulle righe (esposti sopra, non esposti sotto) e lo stato di malattia sulle colonne (casi a sinistra, controlli a destra), le caselle si chiamano a (casi esposti), b (controlli esposti), c (casi non esposti) e d (controlli non esposti). L’odds di esposizione nei casi è a diviso c, quello nei controlli è b diviso d; il loro rapporto si semplifica nel prodotto a per d diviso il prodotto b per c, il cosiddetto rapporto dei prodotti incrociati. Un OR pari a 1 indica assenza di associazione, maggiore di 1 un’associazione positiva (l’esposizione è più frequente nei casi), minore di 1 un’associazione protettiva.

Quando la malattia è rara, l’odds ratio approssima bene il rischio relativo: è la cosiddetta assunzione di malattia rara, che permette di interpretare l’OR come stima del rischio relativo. Nell’articolo su rischio relativo e odds ratio il confronto fra le due misure è svolto con i numeri.

Esempio numerico svolto

Immaginiamo, a scopo puramente didattico, uno studio su 100 pazienti con carcinoma polmonare (i casi) e 100 soggetti senza tumore reclutati nello stesso ospedale per altre cause (i controlli). L’anamnesi rivela che 80 casi su 100 sono fumatori o ex fumatori, contro 40 controlli su 100. La tabella è dunque: a uguale 80, c uguale 20, b uguale 40, d uguale 60.

L’odds di esposizione fra i casi è 80 diviso 20, cioè 4; fra i controlli è 40 diviso 60, cioè circa 0,67. L’odds ratio è 4 diviso 0,67, cioè 6, lo stesso numero che si ottiene con i prodotti incrociati: 80 per 60 uguale 4.800, diviso 40 per 20 uguale 800, risultato 6. Si legge: l’odds di essere stati esposti al fumo è sei volte maggiore nei malati che nei non malati, il che, se la malattia è rara, si può tradurre nel dire che il rischio di tumore è circa sei volte maggiore nei fumatori.

Notiamo che cosa non possiamo fare: non possiamo dire che l’incidenza di tumore fra i fumatori è 80 su 120, perché quel denominatore dipende da quanti casi e controlli abbiamo deciso di arruolare. Se avessimo scelto 200 controlli invece di 100, la proporzione sarebbe cambiata senza che nulla fosse cambiato nella realtà; l’odds ratio, invece, sarebbe rimasto lo stesso.

Come si interpreta e quando conviene usarlo

Gli studi caso-controllo sono la scelta naturale per le malattie rare, per quelle con lungo periodo di latenza e per le situazioni in cui servono risposte rapide e a basso costo, come nell’indagine di un focolaio epidemico. Consentono di esaminare contemporaneamente molte esposizioni diverse per lo stesso esito e richiedono campioni relativamente piccoli. L’odds ratio va sempre accompagnato dal suo intervallo di confidenza: se l’intervallo include 1, l’associazione non è statisticamente significativa al livello scelto.

I limiti sono altrettanto chiari. Non si può calcolare l’incidenza né il rischio assoluto, si studia un solo esito per volta, la sequenza temporale fra esposizione ed esito può essere incerta e, soprattutto, il disegno è vulnerabile a bias di selezione e di informazione. Nella gerarchia delle prove gli studi caso-controllo stanno sotto gli studi di coorte e molto sotto i trial randomizzati, ma restano insostituibili per generare e verificare ipotesi su esiti rari.

Errori e trappole tipiche

Il bias di memoria (recall bias) è il più caratteristico: chi è malato ricorda o riferisce le esposizioni passate in modo diverso da chi è sano, perché le ha cercate mentalmente come possibile spiegazione. Si contrasta con questionari strutturati, con fonti documentali e con intervistatori in cieco. Il bias di selezione nasce da una scelta inadeguata dei controlli: usare come controlli pazienti ricoverati per malattie a loro volta legate all’esposizione, per esempio, riduce artificialmente la differenza e distorce l’OR. Il bias dell’intervistatore compare quando chi raccoglie i dati conosce lo stato di malattia e indaga l’esposizione con intensità diversa nei due gruppi.

Il confondimento è un problema generale degli studi osservazionali: una terza variabile associata sia all’esposizione sia alla malattia può creare o mascherare un’associazione. Si affronta in fase di disegno con l’appaiamento o la restrizione e in fase di analisi con la stratificazione o la regressione logistica, che restituisce odds ratio aggiustati. Infine, un errore concettuale da evitare è calcolare “il rischio” dalle colonne della tabella: in uno studio caso-controllo i totali di colonna sono arbitrari.

Confronto con studi di coorte e trasversali

Gli studi di coorte procedono in direzione opposta: partono da esposti e non esposti sani e li seguono nel tempo contando i nuovi casi. Permettono di calcolare incidenze e rischio relativo, di studiare più esiti per la stessa esposizione e di stabilire con certezza la sequenza temporale, ma sono costosi, lunghi e inadatti alle malattie rare. Una variante ibrida è lo studio caso-controllo annidato (nested), in cui casi e controlli vengono estratti da una coorte già in corso: unisce l’economia del caso-controllo alla qualità dei dati raccolti prospetticamente e riduce il bias di memoria.

Gli studi trasversali misurano esposizione ed esito nello stesso momento e forniscono la prevalenza, non l’incidenza; sono utili per descrivere e per generare ipotesi, ma non consentono di stabilire che cosa viene prima. Il concetto di prevalenza, e la sua differenza dall’incidenza, è approfondito nell’articolo su incidenza e prevalenza. Il trial clinico randomizzato, infine, è l’unico disegno in cui l’esposizione è assegnata dal ricercatore, e per questo controlla il confondimento in modo che nessuno studio osservazionale può eguagliare.

Come cadono gli studi caso-controllo al concorso

Le domande sugli studi caso-controllo si ripetono con poche varianti e conviene esercitarsi sulle prove degli anni precedenti per riconoscerle subito.

  • Riconoscimento del disegno. Una descrizione (“sono stati arruolati 200 pazienti con la malattia X e 400 soggetti sani, e ne è stata indagata l’esposizione a…”) e la richiesta di indicare il tipo di studio.
  • Misura di associazione appropriata. “In uno studio caso-controllo la misura di associazione è…” l’odds ratio, mai il rischio relativo o l’incidenza.
  • Calcolo dell’odds ratio. Fornita la tabella 2×2, si applica il prodotto incrociato.
  • Bias caratteristico. “Quale bias è tipico degli studi caso-controllo?” con il recall bias come risposta attesa, o la scelta dei controlli come fonte di bias di selezione.
  • Vantaggio principale. “Quale disegno è più adatto per studiare una malattia rara?” oppure “quale vantaggio ha lo studio caso-controllo rispetto alla coorte?”.

Nelle simulazioni commentate della Piattaforma Accademia ogni quesito di epidemiologia è accompagnato dalla ricostruzione del disegno e dalla spiegazione del perché le altre opzioni sono sbagliate, che è la parte più utile per fissare le differenze fra i tipi di studio.

In sintesi

Gli studi caso-controllo partono dalla malattia e guardano indietro all’esposizione; il rapporto casi/controlli è deciso dal ricercatore, quindi non si calcolano incidenze né rischio relativo ma solo l’odds ratio, che approssima il rischio relativo quando la malattia è rara. Sono economici, rapidi e ideali per malattie rare e a lunga latenza, ma esposti al bias di memoria e alla cattiva scelta dei controlli. Al concorso cadono come riconoscimento del disegno, calcolo dell’OR, identificazione del bias tipico e confronto con la coorte: quattro schemi che, una volta interiorizzati, rendono queste domande fra le più sicure dell’intera prova.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

← Torna a tutte le notizie

Scrivici su WhatsApp