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Concorso SSM

Diabete mellito tipo 2: diagnosi e terapia per l’SSM

21 Settembre 2026 · Mario Lomele

Diabete mellito tipo 2: diagnosi e terapia per l’SSM

Il diabete mellito tipo 2 è la malattia metabolica cronica più diffusa e attraversa praticamente ogni reparto: lo si ritrova in cardiologia, in nefrologia, in chirurgia vascolare, in oculistica, in medicina d’urgenza. Al concorso di specializzazione è un argomento trasversale per eccellenza, perché permette di costruire domande di fisiopatologia, di diagnosi, di farmacologia e di gestione delle complicanze partendo dallo stesso paziente. Negli ultimi anni, inoltre, la terapia è cambiata in modo profondo: farmaci nati per abbassare la glicemia si sono rivelati capaci di proteggere cuore e rene, e le domande più recenti riflettono proprio questa svolta. Conviene quindi studiarlo con metodo, tenendo insieme le basi classiche e le novità ormai consolidate.

Che cos’è il diabete mellito tipo 2

Il diabete mellito tipo 2 è una condizione di iperglicemia cronica dovuta alla combinazione, in proporzioni variabili da un paziente all’altro, di due difetti: la resistenza dei tessuti periferici all’azione dell’insulina e un deficit relativo e progressivo della secrezione insulinica da parte della beta-cellula pancreatica. A differenza del tipo 1, non è una malattia autoimmune e non c’è una distruzione assoluta delle beta-cellule: l’insulina è presente, spesso in quantità persino superiore al normale nelle fasi iniziali, ma non è sufficiente a vincere la resistenza. Rappresenta la grande maggioranza dei casi di diabete, esordisce tipicamente in età adulta, anche se l’epidemia di obesità lo ha reso sempre più frequente nei giovani, e ha un decorso subdolo: può restare silente per anni, tanto che una parte dei pazienti presenta già complicanze al momento della diagnosi.

Cause e fisiopatologia

La malattia nasce dall’incontro fra una forte predisposizione genetica, di tipo poligenico e con familiarità più marcata rispetto al tipo 1, e fattori ambientali: obesità, soprattutto viscerale, sedentarietà, dieta ipercalorica, età avanzata. Costituiscono fattori di rischio riconosciuti anche il pregresso diabete gestazionale, la sindrome dell’ovaio policistico, l’ipertensione, la dislipidemia con trigliceridi alti e colesterolo HDL basso, e l’uso prolungato di farmaci come i glucocorticoidi.

Il tessuto adiposo viscerale in eccesso libera acidi grassi liberi e citochine proinfiammatorie che interferiscono con la trasduzione del segnale insulinico nel muscolo, nel fegato e nello stesso adipocita. Il muscolo capta meno glucosio dopo il pasto; il fegato, non più frenato dall’insulina, continua a produrne a digiuno attraverso la gluconeogenesi, e questo spiega l’iperglicemia del mattino. Finché la beta-cellula riesce a compensare con un’iperinsulinemia, la glicemia resta normale; quando la riserva secretoria si esaurisce, per effetto della glucotossicità, della lipotossicità e del deposito di amiloide insulare, compare prima l’alterata tolleranza glucidica e poi il diabete franco. Al quadro contribuiscono altri attori: la ridotta risposta incretinica intestinale, l’ipersecrezione di glucagone da parte delle alfa-cellule, l’aumentato riassorbimento renale di glucosio. Ciascuno di questi meccanismi è oggi il bersaglio di una classe di farmaci, ed è questo il filo logico che aiuta a ricordare la terapia.

Quadro clinico

L’esordio è spesso asintomatico e la diagnosi arriva da un esame di routine o dalla valutazione di una complicanza: un’infezione genitale ricorrente da Candida, una ferita che non guarisce, un infarto, un calo del visus. Quando l’iperglicemia supera la soglia renale compaiono i sintomi classici, cioè poliuria da diuresi osmotica, polidipsia, astenia, visione offuscata per le variazioni osmotiche del cristallino, più raramente polifagia e calo ponderale. All’esame obiettivo si cercano l’obesità addominale, l’ipertensione e l’acanthosis nigricans, un ispessimento cutaneo brunastro e vellutato delle pieghe che è un marcatore di insulino-resistenza.

La chetoacidosi è rara nel tipo 2, perché la quota residua di insulina basta a inibire la lipolisi e la chetogenesi; può tuttavia comparire in condizioni di stress intenso, ed è l’argomento trattato nell’approfondimento sulla chetoacidosi diabetica. L’emergenza iperglicemica tipica è invece lo stato iperglicemico iperosmolare: paziente anziano, spesso con un’infezione o un evento acuto scatenante e ridotto accesso all’acqua, glicemia molto elevata, iperosmolarità plasmatica, disidratazione profonda, alterazione dello stato di coscienza fino al coma, in assenza di chetosi e acidosi significative.

Diagnosi: criteri ed esami

La diagnosi di diabete si pone in presenza di uno dei seguenti criteri: glicemia a digiuno, dopo almeno otto ore, pari o superiore a 126 mg/dl; glicemia pari o superiore a 200 mg/dl due ore dopo un carico orale con 75 grammi di glucosio; emoglobina glicata pari o superiore a 6,5 per cento, misurata con metodo standardizzato; glicemia casuale pari o superiore a 200 mg/dl in presenza di sintomi tipici. In assenza di sintomi inequivocabili il dato va confermato con un secondo test. Tra la normalità e il diabete esiste una zona intermedia, oggi riunita sotto l’etichetta di prediabete: alterata glicemia a digiuno, ridotta tolleranza ai carboidrati e valori di emoglobina glicata appena sotto la soglia diagnostica, condizioni che indicano un rischio elevato di progressione e un rischio cardiovascolare già aumentato.

L’emoglobina glicata riflette la glicemia media dei due-tre mesi precedenti ed è lo strumento principale di monitoraggio; perde affidabilità quando la vita media dei globuli rossi è alterata, come nelle anemie emolitiche, nelle emoglobinopatie, dopo emorragie o trasfusioni e nell’insufficienza renale avanzata. Al momento della diagnosi e poi periodicamente si eseguono lo screening delle complicanze: esame del fondo oculare, rapporto albumina/creatinina su urine del mattino e stima del filtrato glomerulare, esame del piede con valutazione della sensibilità mediante monofilamento e diapason, profilo lipidico, misurazione della pressione arteriosa. A differenza del tipo 1, in cui lo screening si avvia dopo alcuni anni dall’esordio, nel tipo 2 parte subito, perché la data d’inizio reale della malattia è ignota.

Diagnosi differenziale

Il primo confronto è con il diabete tipo 1: esordio in genere giovanile e rapido, soggetto magro, tendenza alla chetoacidosi, autoanticorpi contro le insule, contro la decarbossilasi dell’acido glutammico e contro l’insulina, C-peptide basso o indosabile. Una trappola frequente è il LADA, il diabete autoimmune a lenta evoluzione dell’adulto: si presenta come un tipo 2 in un adulto non obeso, risponde per poco tempo agli ipoglicemizzanti orali e diventa insulino-dipendente nel giro di pochi anni; gli autoanticorpi sono positivi, e un ripasso sugli autoanticorpi di interesse clinico torna utile. Il MODY è una forma monogenica a trasmissione autosomica dominante, con esordio giovanile, assenza di obesità e di autoimmunità e forte familiarità su più generazioni.

Vanno poi considerate le forme secondarie: malattie del pancreas esocrino come pancreatite cronica, fibrosi cistica, emocromatosi e neoplasie; endocrinopatie con eccesso di ormoni controregolatori, fra cui sindrome di Cushing, acromegalia, feocromocitoma, ipertiroidismo e glucagonoma; farmaci come glucocorticoidi, tiazidici, antipsicotici atipici e alcuni immunosoppressori. Infine l’iperglicemia da stress del paziente critico, che non equivale a diabete ma va rivalutata a distanza.

Terapia del diabete mellito tipo 2

La base è la modifica dello stile di vita: calo ponderale, alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, sospensione del fumo. Un dimagrimento significativo può portare alla remissione della malattia nelle fasi iniziali, e la chirurgia bariatrica ha un ruolo riconosciuto nel paziente con obesità grave. Gli obiettivi glicemici vanno personalizzati: più stringenti nel giovane senza complicanze, meno rigidi nell’anziano fragile, in cui l’ipoglicemia è più pericolosa dell’iperglicemia moderata.

La metformina resta il farmaco di riferimento tradizionale: riduce la produzione epatica di glucosio, migliora la sensibilità all’insulina, non causa ipoglicemia né aumento di peso. I suoi effetti indesiderati più comuni sono gastrointestinali; il più temuto, raro, è l’acidosi lattica, motivo per cui va evitata nell’insufficienza renale avanzata e nelle condizioni di ipossia tissutale, e sospesa in occasione di procedure con mezzo di contrasto nei pazienti a rischio. L’uso prolungato può ridurre l’assorbimento di vitamina B12.

Gli inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2, le gliflozine, bloccano il riassorbimento tubulare di glucosio e inducono glicosuria; hanno dimostrato di ridurre i ricoveri per scompenso cardiaco e la progressione della nefropatia, e sono per questo privilegiati nei pazienti con tali condizioni. Gli effetti avversi da ricordare sono le infezioni genitali micotiche e la rara chetoacidosi euglicemica. Gli agonisti del recettore del GLP-1 potenziano la secrezione insulinica in modo glucosio-dipendente, riducono il glucagone, rallentano lo svuotamento gastrico e favoriscono un calo ponderale; riducono gli eventi cardiovascolari aterosclerotici e danno soprattutto nausea e vomito. Gli inibitori della DPP-4, le gliptine, prolungano l’azione delle incretine endogene: sono ben tollerati e neutri sul peso, ma privi di benefici cardiovascolari dimostrati.

Le sulfoniluree e le glinidi stimolano la secrezione di insulina in modo indipendente dalla glicemia: sono efficaci ma espongono a ipoglicemia e aumento di peso, e il loro ruolo si è ridimensionato. Il pioglitazone, un tiazolidinedione, migliora la sensibilità insulinica agendo sul recettore nucleare PPAR-gamma, ma provoca ritenzione idrica, è controindicato nello scompenso cardiaco e aumenta il rischio di fratture. L’acarbosio rallenta l’assorbimento intestinale dei carboidrati e causa meteorismo. L’insulina, infine, diventa necessaria quando la funzione beta-cellulare è esaurita, negli scompensi acuti, in gravidanza e nel periodo perioperatorio. Accanto al controllo glicemico è indispensabile il trattamento aggressivo degli altri fattori di rischio: antipertensivi con preferenza per i bloccanti del sistema renina-angiotensina in presenza di albuminuria, statine, antiaggreganti in prevenzione secondaria.

Complicanze

Le complicanze croniche si dividono in microvascolari e macrovascolari. Fra le prime, la retinopatia evolve dalla forma non proliferante, con microaneurismi, emorragie ed essudati, a quella proliferante con neovasi, emovitreo e distacco di retina; l’edema maculare è la causa principale di calo visivo. La nefropatia esordisce con albuminuria moderatamente aumentata e può progredire verso proteinuria franca, fino al quadro della sindrome nefrosica e all’insufficienza renale terminale; la lesione istologica caratteristica è la glomerulosclerosi nodulare di Kimmelstiel-Wilson. La neuropatia più comune è la polineuropatia sensitivo-motoria simmetrica distale, a calza e a guanto; la forma autonomica causa ipotensione ortostatica, gastroparesi, vescica neurogena, disfunzione erettile e ischemia miocardica silente.

Le complicanze macrovascolari, cioè cardiopatia ischemica, ictus ischemico e arteriopatia periferica, rappresentano la principale causa di morte. Il piede diabetico nasce dalla somma di neuropatia, ischemia e infezione, ed è la prima causa di amputazione non traumatica. Tra le complicanze acute, oltre allo stato iperosmolare, va ricordata l’ipoglicemia iatrogena da insulina o sulfoniluree, particolarmente insidiosa nell’anziano e nel nefropatico.

Come cade il diabete mellito tipo 2 al concorso

La prima forma di domanda è diagnostica: vengono proposti valori di glicemia a digiuno, di carico orale o di emoglobina glicata e si chiede se il paziente sia normale, prediabetico o diabetico. La seconda è farmacologica e abbina la classe al meccanismo o all’effetto avverso caratteristico: metformina e acidosi lattica, gliflozine e infezioni genitali o chetoacidosi euglicemica, sulfoniluree e ipoglicemia, pioglitazone e ritenzione idrica, agonisti del GLP-1 e nausea. La terza è la scelta del farmaco in base alla comorbilità: nel paziente con scompenso o malattia renale cronica la risposta attesa è una gliflozina, in quello con malattia aterosclerotica o obesità un agonista del GLP-1. La quarta riguarda le complicanze: primo segno di nefropatia, lesioni del fondo oculare, tempistica dello screening al momento della diagnosi. La quinta confronta chetoacidosi e stato iperosmolare, oppure tipo 2, tipo 1, LADA e MODY sulla base di età, peso, anticorpi e familiarità.

Allenarsi su casi clinici spiegati è il modo più rapido per riconoscere questi schemi: nelle simulazioni commentate della Piattaforma Accademia ogni quesito riporta il ragionamento che porta alla risposta corretta e all’esclusione dei distrattori.

In sintesi

Il diabete mellito tipo 2 nasce dall’associazione di insulino-resistenza e deficit secretorio progressivo, su un terreno di predisposizione genetica e obesità viscerale. È spesso asintomatico, per cui lo screening delle complicanze inizia già alla diagnosi, che si basa su glicemia a digiuno, carico orale, emoglobina glicata o glicemia casuale con sintomi. La terapia parte dallo stile di vita e dalla metformina, ma oggi la scelta dei farmaci è guidata dalle comorbilità: gliflozine per cuore e rene, agonisti del GLP-1 per la malattia aterosclerotica e il peso. Le complicanze microvascolari e macrovascolari determinano la prognosi e richiedono il controllo contemporaneo di glicemia, pressione e lipidi. L’emergenza tipica è lo stato iperglicemico iperosmolare, non la chetoacidosi.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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