Ortottista: cosa fa e come si diventa
19 Agosto 2026 · Mario Lomele
L’ortottista è il professionista sanitario che si occupa della funzione visiva: strabismo, ambliopia, disturbi del movimento oculare e riabilitazione visiva. È una figura poco conosciuta e spesso confusa con l’oculista e con l’ottico.
Che cosa fa un ortottista
L’ortottista valuta e riabilita i disturbi della visione binoculare e della motilità oculare. Il campo classico è l’età pediatrica: strabismo e occhio pigro si trattano tanto meglio quanto prima vengono presi, e lo screening precoce è gran parte del lavoro.
Esegue inoltre gli esami strumentali che precedono la visita oculistica o l’intervento chirurgico: campo visivo, topografia corneale, valutazione della motilità, misurazioni pre operatorie. In molti ambulatori è la figura che raccoglie i dati su cui il medico decide.
Un ambito in crescita è la riabilitazione visiva dell’ipovedente: insegnare a sfruttare al meglio il residuo visivo con ausili ottici ed elettronici. Riguarda soprattutto anziani con maculopatia, ed è una parte del lavoro molto relazionale.
Ortottista, oculista e ottico: tre mestieri diversi
L’oculista è un medico specializzato in oftalmologia: fa diagnosi, prescrive farmaci, opera. È l’unico dei tre a poter fare tutto questo, e il suo percorso richiede la laurea in Medicina più la specializzazione.
L’ottico è un tecnico che realizza e adatta occhiali e lenti a contatto sulla base di una prescrizione; il suo percorso di formazione è diverso e non passa dalla laurea triennale sanitaria ad accesso programmato.
L’ortottista sta nel mezzo con un ruolo proprio: valuta la funzione visiva e riabilita, in collaborazione con l’oculista. Non prescrive occhiali, non fa diagnosi mediche, non opera. Conoscere il confine è essenziale, perché superarlo configura esercizio abusivo.
Come si diventa ortottista
Serve la laurea triennale in Ortottica e assistenza oftalmologica, professione sanitaria ad accesso programmato. Si entra superando il test per le professioni sanitarie e il corso è abilitante.
Il percorso comprende un tirocinio importante negli ambulatori oculistici, dove si impara a usare la strumentazione e a gestire i piccoli pazienti, che è una competenza a sé: valutare la vista di un bambino di tre anni richiede tecnica e pazienza.
Per esercitare occorre l’iscrizione all’albo degli ortottisti, presso gli ordini territoriali delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, con obbligo di formazione continua.
Dove si lavora
Gli sbocchi principali sono gli ambulatori oculistici pubblici e privati, i reparti di oftalmologia, i centri di riabilitazione visiva e gli studi professionali associati con oculisti.
Esiste anche la libera professione, in genere in collaborazione con studi oculistici. Gli screening scolastici e i programmi di prevenzione rappresentano un ulteriore ambito, soprattutto nelle regioni che li finanziano.
Il numero di ortottisti in Italia è contenuto e la domanda è sostenuta dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescita dei disturbi visivi legati agli schermi nei più giovani.
Cosa valutare prima di scegliere
Il primo aspetto è il lavoro con i bambini: se il pediatrico non ti attrae, sappi che occupa una parte rilevante della professione, e con i bambini serve una pazienza che non si improvvisa.
Il secondo è la dipendenza dal contesto: si lavora quasi sempre accanto a un oculista, e la qualità della collaborazione determina quanto il ruolo sia riconosciuto o ridotto alla mera esecuzione di esami.
Il terzo è la scarsa notorietà della figura: una parte del lavoro consiste nello spiegare alle persone che cosa si fa. Serve un po’ di spirito pionieristico e la voglia di far conoscere la professione.
C’è infine un aspetto tecnologico che cresce di anno in anno. La strumentazione oftalmologica si rinnova in fretta e chi lavora in questo campo deve aggiornarsi di continuo su apparecchi nuovi e su software di analisi delle immagini. Per chi ha una certa attitudine tecnica è la parte più stimolante del mestiere; per chi la tecnologia la subisce, è una fatica che si ripresenta a ogni acquisto del reparto.
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