Cisti di Bartolini: ascesso e marsupializzazione
28 Settembre 2026 · Mario Lomele
La cisti di Bartolini è una raccolta di muco che si forma quando il dotto escretore di una delle ghiandole vestibolari maggiori, le ghiandole di Bartolini, si ostruisce. È una delle lesioni vulvari più comuni nelle donne in età fertile e nella maggior parte dei casi è piccola, indolore e senza conseguenze. Può però infettarsi e trasformarsi in un ascesso, che è invece un quadro acuto e molto doloroso. Per il Concorso SSM l’argomento è breve ma insidioso: le domande si concentrano sulla sede anatomica, sulla distinzione fra cisti e ascesso, sulle tecniche di drenaggio come la marsupializzazione e su un dettaglio che non va mai dimenticato, cioè la biopsia nella donna in età più avanzata.
Che cos’è la cisti di Bartolini
Le ghiandole di Bartolini sono due piccole ghiandole, normalmente non palpabili, situate nella parte posteriore delle grandi labbra, in corrispondenza delle posizioni delle ore quattro e delle ore otto dell’introito vaginale se si immagina l’orifizio come un quadrante di orologio. Sono l’equivalente femminile delle ghiandole bulbouretrali di Cowper nel maschio. Ciascuna drena attraverso un dotto lungo circa un paio di centimetri che sbocca nel vestibolo, appena all’esterno dell’imene. La loro funzione è produrre un secreto mucoso che contribuisce alla lubrificazione del vestibolo, soprattutto durante l’eccitazione sessuale.
Se lo sbocco del dotto si chiude, il secreto continua a essere prodotto ma non può fuoriuscire, e il dotto si dilata formando una cisti. Tecnicamente quindi si tratta di una cisti del dotto, non della ghiandola in senso stretto. La cisti è in genere unilaterale e può avere dimensioni variabili, da pochi millimetri a diversi centimetri.
Eziopatogenesi
L’ostruzione del dotto può dipendere da un ispessimento del muco, da un’infiammazione locale, da traumi, da esiti cicatriziali di episiotomie o interventi vulvari, o semplicemente da cause non identificabili. La cisti di per sé non è un’infezione: il contenuto è sterile e mucoso. Quando però batteri colonizzano il dotto ostruito o la cisti, si sviluppa un ascesso con contenuto purulento.
Gli ascessi sono spesso polimicrobici, sostenuti da germi della flora vaginale e perineale: Escherichia coli e altri enterobatteri, stafilococchi, streptococchi e anaerobi. Storicamente si è data molta importanza a Neisseria gonorrhoeae e a Chlamydia trachomatis, che possono effettivamente essere responsabili e vanno ricercati nelle donne a rischio, ma oggi la maggior parte degli ascessi non è causata da infezioni sessualmente trasmesse. Per ripassare questi patogeni sono utili le schede sulla gonorrea e sulla clamidia.
La patologia colpisce soprattutto donne in età riproduttiva, quando le ghiandole sono funzionalmente attive. Dopo la menopausa le ghiandole si atrofizzano e la comparsa di una nuova tumefazione in quella sede è meno comune: per questo va considerata con più sospetto, perché fra le cause possibili c’è, anche se raro, il carcinoma della ghiandola di Bartolini.
Clinica: cisti e ascesso
La cisti non complicata si presenta come una tumefazione rotondeggiante, di consistenza elastica o fluttuante, non dolente o poco dolente, localizzata nella parte posteriore e inferiore del grande labbro, che deforma l’introito rendendolo asimmetrico. Le cisti piccole sono spesso asintomatiche e scoperte per caso durante una visita ginecologica o dalla paziente stessa. Le cisti più voluminose possono dare fastidio nel camminare, stando sedute o durante i rapporti sessuali.
L’ascesso ha un quadro completamente diverso. Si sviluppa in genere nell’arco di pochi giorni con dolore vulvare intenso e pulsante, che rende difficile camminare, sedersi e avere rapporti. La tumefazione è calda, arrossata, tesa e molto dolente alla palpazione, spesso con edema del grande labbro e della cute circostante. Può esserci febbre o malessere generale, e talvolta l’ascesso si apre spontaneamente con fuoriuscita di pus, con rapida riduzione del dolore. In rari casi, soprattutto nelle pazienti immunodepresse o diabetiche, l’infezione può estendersi ai tessuti circostanti come cellulite, quadro descritto nella pagina sulla cellulite infettiva.
Diagnosi
La diagnosi è clinica e si basa sull’ispezione e sulla palpazione della vulva: la sede tipica, alle ore quattro o otto nella parte posteriore del grande labbro, è di per sé molto indicativa. Non sono in genere necessari esami di imaging. Nell’ascesso si può eseguire un esame colturale del pus durante il drenaggio, e nelle donne con fattori di rischio per malattie sessualmente trasmesse è opportuno ricercare gonococco e clamidia con test di amplificazione degli acidi nucleici.
Un punto essenziale riguarda l’età. Nelle donne oltre i quarant’anni circa, e soprattutto in postmenopausa, una tumefazione della ghiandola di Bartolini, in particolare se solida, irregolare, fissa, recidivante o che non si risolve dopo il drenaggio, va sottoposta a biopsia o asportata per escludere una neoplasia. Il carcinoma della ghiandola di Bartolini è raro, ma proprio perché si presenta come una massa nella stessa sede può essere confuso con una banale cisti.
La diagnosi differenziale comprende le cisti del dotto di Gartner, residuo del dotto mesonefrico, localizzate però sulla parete anterolaterale della vagina e non nel vestibolo posteriore; le cisti sebacee ed epidermoidi della vulva; le cisti del dotto di Skene, vicine al meato uretrale; il diverticolo uretrale; i lipomi e i fibromi vulvari; l’idradenite suppurativa; l’ernia inguinale che si estende nel grande labbro; e le neoplasie vulvari.
Terapia: drenaggio e marsupializzazione
La cisti piccola e asintomatica non richiede trattamento: può essere solo osservata. I semicupi caldi, cioè bagni di seduta in acqua tiepida più volte al giorno, possono favorire il drenaggio spontaneo delle cisti piccole e alleviare i sintomi iniziali.
Nelle cisti sintomatiche e negli ascessi il trattamento è il drenaggio. La semplice incisione e drenaggio è rapida e dà sollievo immediato, ma ha un alto tasso di recidiva perché l’incisione tende a richiudersi e il dotto si ostruisce di nuovo. Per ridurre le recidive si utilizza il catetere di Word, un piccolo catetere con palloncino che viene inserito attraverso una breve incisione, gonfiato con soluzione fisiologica e lasciato in sede per alcune settimane: in questo tempo si forma un tragitto epitelizzato che diventa un nuovo sbocco permanente per la ghiandola.
La marsupializzazione è la tecnica classica per le forme recidivanti. Si incide la parete della cisti o dell’ascesso, si svuota il contenuto e si suturano i margini della parete cistica alla cute vestibolare circostante, creando una tasca aperta, simile a un marsupio, che resta pervia e da cui il secreto può defluire liberamente. Si esegue di solito quando la fase acuta è controllata. Quando anche la marsupializzazione fallisce o quando si sospetta una neoplasia, si procede all’asportazione completa della ghiandola, intervento più impegnativo per la ricca vascolarizzazione della regione, con rischio di ematomi e di dispareunia successiva. Sono state proposte anche tecniche alternative, come l’ablazione con laser o con nitrato d’argento, meno diffuse.
Gli antibiotici non sono necessari nella maggior parte dei casi dopo un drenaggio efficace. Sono indicati in presenza di cellulite estesa, febbre o segni sistemici, nelle pazienti immunodepresse, nelle donne in gravidanza, nelle recidive o quando si isolano gonococco o clamidia. In quest’ultimo caso vanno trattati anche i partner. Aspirare semplicemente la cisti con un ago, senza creare uno sbocco, è sconsigliato per l’elevato rischio di recidiva.
Prevenzione
Non esistono misure specifiche capaci di prevenire con certezza l’ostruzione del dotto. L’uso del preservativo e la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse riducono il rischio delle forme sostenute da gonococco e clamidia. Nelle pazienti con episodi ricorrenti, la scelta di una tecnica che crei uno sbocco permanente, come il catetere di Word o la marsupializzazione, rappresenta la migliore prevenzione delle recidive.
Come cade la cisti di Bartolini al concorso
La domanda classica sulla cisti di Bartolini descrive una giovane donna con una tumefazione dolente, calda e arrossata nella parte posteriore del grande labbro e chiede la diagnosi o la terapia. La diagnosi è l’ascesso della ghiandola di Bartolini e la terapia è il drenaggio, non la sola antibioticoterapia. L’errore tipico è scegliere l’antibiotico come trattamento principale: senza drenaggio la raccolta non si risolve.
Un secondo schema riguarda la gestione delle recidive, in cui la risposta attesa è la marsupializzazione o il catetere di Word, non una nuova semplice incisione. Il terzo schema, il più insidioso, è quello della donna in postmenopausa con una nuova massa nella sede della ghiandola: la risposta corretta è la biopsia o l’escissione, per escludere un carcinoma. Occhio anche all’anatomia: la sede corretta è alle ore quattro e otto, posteriormente, non anteriormente vicino all’uretra, dove si trovano invece le ghiandole di Skene, e non sulla parete vaginale, tipica delle cisti di Gartner. Per esercitarvi su casi clinici simili sono utili le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia, che motivano ogni risposta.
In sintesi
La cisti di Bartolini nasce dall’ostruzione del dotto della ghiandola vestibolare maggiore, situata posteriormente alle ore quattro e otto dell’introito. La cisti è di solito indolore e può essere osservata; l’ascesso, spesso polimicrobico, è acuto, caldo e molto doloroso e va drenato. Il catetere di Word e la marsupializzazione riducono le recidive rispetto alla semplice incisione; gli antibiotici servono solo in casi selezionati. Nella donna oltre i quarant’anni o in postmenopausa ogni massa in quella sede va biopsiata per escludere un carcinoma.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
