Amniocentesi: indicazioni, villocentesi e NIPT
27 Settembre 2026 · Mario Lomele
L’amniocentesi è il prelievo di liquido amniotico mediante un ago introdotto attraverso la parete addominale materna sotto guida ecografica. È la procedura invasiva di diagnosi prenatale più conosciuta e rappresenta, insieme alla villocentesi, il riferimento per la diagnosi certa delle anomalie cromosomiche fetali. Al Concorso SSM l’argomento non si esaurisce nella tecnica: le domande chiedono in quale epoca si esegue, quali sono le indicazioni, che differenza c’è tra un test di screening e un test diagnostico, come si interpreta un DNA fetale circolante positivo e quali complicanze vanno comunicate alla paziente. In questo articolo mettiamo ordine fra tutti questi elementi.
Che cos’è l’amniocentesi
L’amniocentesi è un esame di diagnosi prenatale invasiva: consente di ottenere cellule di origine fetale, i cosiddetti amniociti, che derivano dallo sfaldamento di cute, vie urinarie, apparato respiratorio e digerente del feto e dell’amnios, insieme al liquido stesso. Su questo materiale si possono eseguire l’analisi del cariotipo, tecniche rapide come la QF-PCR per le principali aneuploidie, l’analisi cromosomica con microarray per individuare microdelezioni e microduplicazioni, test molecolari mirati per malattie monogeniche note in famiglia e ricerche di agenti infettivi. Si tratta quindi di un esame diagnostico e non di screening: fornisce una risposta sul feto, non una stima del rischio.
Esistono anche usi non genetici, oggi meno frequenti, come l’amniocentesi evacuativa nel polidramnios grave o la valutazione di un’infezione intra-amniotica sospetta.
Come si esegue e in quale epoca
L’amniocentesi genetica si esegue di norma a partire dalla quindicesima-sedicesima settimana di gestazione, quando il volume di liquido è sufficiente e le cellule sono abbondanti. La procedura inizia con un’ecografia che valuta vitalità, epoca, sede della placenta e posizione del feto; si sceglie quindi una falda di liquido libera da parti fetali e dal funicolo, preferibilmente evitando di attraversare la placenta. Dopo la disinfezione cutanea, sotto controllo ecografico continuo, si introduce un ago sottile e si aspira una piccola quantità di liquido; i primi millilitri vengono spesso scartati per ridurre la contaminazione con cellule materne. Al termine si verifica il battito fetale. La procedura è ambulatoriale, di breve durata e di solito ben tollerata.
L’amniocentesi precoce, eseguita prima della quindicesima settimana, è stata abbandonata perché associata a un rischio maggiore di perdita della gravidanza e di piede torto. Nelle pazienti Rh negative non sensibilizzate va eseguita la profilassi anti-D, per prevenire l’isoimmunizzazione Rh.
Indicazioni
Le indicazioni principali sono un test di screening positivo per aneuploidie, sia test combinato del primo trimestre sia DNA fetale circolante; anomalie strutturali fetali o marcatori ecografici importanti; un precedente figlio con anomalia cromosomica; una traslocazione bilanciata o un’altra anomalia cromosomica in uno dei genitori; il rischio di malattie monogeniche note, come la fibrosi cistica o le emoglobinopatie, quando la mutazione familiare è identificata. L’età materna avanzata, un tempo indicazione diretta, oggi viene più spesso integrata nei programmi di screening, pur restando in molti sistemi un criterio di accesso. L’amniocentesi è inoltre indicata per diagnosticare infezioni fetali congenite, come citomegalovirus e toxoplasmosi, tramite PCR sul liquido amniotico, rispettando i tempi necessari dopo l’infezione materna e dopo la ventunesima settimana circa, perché la diuresi fetale deve essere sufficiente.
Ogni procedura richiede un counseling approfondito e un consenso informato scritto, in cui vanno spiegati scopo, limiti, alternative e rischi. La decisione spetta alla coppia, e il rifiuto dell’esame è una scelta legittima.
Amniocentesi e villocentesi a confronto
La villocentesi, o prelievo dei villi coriali, consiste nel prelievo di un piccolo frammento di tessuto placentare, per via transaddominale o, meno spesso, transcervicale. Il suo vantaggio principale è la precocità: si esegue tra la decima e la tredicesima settimana, consentendo una diagnosi nel primo trimestre. Non si esegue prima della decima settimana perché le procedure troppo precoci sono state associate a difetti di riduzione degli arti. Il materiale, di origine trofoblastica, è abbondante e si presta bene anche alle analisi molecolari per le malattie monogeniche.
Il limite tipico della villocentesi è il mosaicismo confinato alla placenta: talvolta la placenta presenta una linea cellulare anomala che non è presente nel feto, e in questi casi è necessario un approfondimento con amniocentesi, che studia cellule di origine fetale. Esiste inoltre la possibilità di contaminazione con cellule materne. Per quanto riguarda il rischio di aborto, le evidenze più recenti indicano che il rischio aggiuntivo legato a entrambe le procedure, quando eseguite da operatori esperti, è basso e simile tra le due; la differenza principale sta nell’epoca e nel tipo di tessuto analizzato.
Test di screening non invasivi
I test non invasivi stimano il rischio senza toccare la gravidanza. Il test combinato del primo trimestre integra l’età materna con la misura ecografica della translucenza nucale e con il dosaggio sierico della PAPP-A e della frazione libera della beta-hCG: nella trisomia 21 la translucenza tende ad aumentare, la PAPP-A a ridursi e la beta-hCG libera ad aumentare. Il risultato è una probabilità, non una diagnosi.
Il test del DNA fetale circolante, noto come NIPT, analizza i frammenti di DNA libero presenti nel sangue materno, che originano in realtà dal trofoblasto placentare. Si esegue dal primo trimestre, ha un’elevata capacità di individuare la trisomia 21 e buone prestazioni per le trisomie 18 e 13, ma resta un test di screening. Per interpretarlo bisogna ricordare i concetti di sensibilità e specificità e, soprattutto, di valore predittivo, che dipende dalla prevalenza della condizione nella popolazione esaminata: per le anomalie più rare un risultato positivo ha un valore predittivo più basso. I falsi positivi possono derivare dal mosaicismo placentare, da un gemello evanescente o da condizioni materne. Per questo un NIPT positivo va sempre confermato con un test invasivo prima di qualunque decisione, e un risultato non disponibile per bassa frazione fetale merita un approfondimento.
Complicanze dell’amniocentesi
La complicanza più temuta è la perdita della gravidanza, il cui rischio aggiuntivo rispetto al rischio di base è considerato basso nei centri esperti. Altre complicanze possibili sono la perdita transitoria di liquido amniotico, che nella maggior parte dei casi si risolve spontaneamente con buona prognosi, il sanguinamento vaginale, l’infezione intra-amniotica, che è rara ma grave, la sensibilizzazione Rh nelle donne Rh negative non trattate e, molto raramente, la lesione fetale da ago, resa eccezionale dalla guida ecografica continua. Nelle donne con infezioni virali croniche come epatite B, epatite C o HIV la procedura richiede una valutazione specifica per il rischio di trasmissione verticale. Sul piano tecnico sono possibili fallimenti della coltura cellulare, contaminazione materna e risultati di mosaicismo difficili da interpretare, che richiedono consulenza genetica.
Come cade l’amniocentesi al concorso SSM
Le domande più frequenti chiedono l’epoca corretta dell’esame, il confronto con la villocentesi, il significato del mosaicismo confinato alla placenta e la condotta di fronte a un NIPT positivo: la risposta corretta è la conferma con diagnosi invasiva, non l’interruzione della gravidanza sulla base dello screening. Altri quesiti riguardano la profilassi anti-D dopo la procedura, la diagnosi delle infezioni congenite con PCR sul liquido e le aneuploidie dei cromosomi sessuali come la sindrome di Turner. Infine compaiono domande di statistica medica applicate allo screening. Per allenarsi su questi temi sono utili le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia, dove ogni caso viene spiegato anche nei passaggi di ragionamento.
Errori tipici ai quiz
Il primo errore è considerare il NIPT un test diagnostico. Il secondo è invertire le epoche di villocentesi e amniocentesi, o proporre l’amniocentesi nel primo trimestre. Il terzo è dimenticare che il DNA fetale circolante e la villocentesi analizzano materiale di origine placentare, mentre l’amniocentesi analizza cellule fetali: è per questo che l’amniocentesi chiarisce i mosaicismi placentari. Il quarto è dimenticare la profilassi anti-D. Il quinto è attribuire all’amniocentesi un rischio di complicanze elevato o, al contrario, nullo, quando la risposta corretta è basso ma presente. Infine alcuni candidati confondono la translucenza nucale con un test diagnostico.
In sintesi
L’amniocentesi è il prelievo ecoguidato di liquido amniotico, eseguito di norma dalla quindicesima-sedicesima settimana, per ottenere una diagnosi prenatale di anomalie cromosomiche, genetiche e infettive. La villocentesi si esegue prima, tra la decima e la tredicesima settimana, su tessuto placentare, con il limite del mosaicismo confinato. Il test combinato e il DNA fetale circolante sono esami di screening: stimano un rischio e, se positivi, vanno confermati con un test invasivo. Il rischio aggiuntivo di perdita della gravidanza è basso nei centri esperti, ma va sempre spiegato nel consenso informato, e nelle donne Rh negative va eseguita la profilassi anti-D.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
