Onde elettromagnetiche in medicina
Definizione
Di seguito sono presentati gli impieghi in ambito medico delle principali porzioni dello spettro elettromagnetico richiamate in (Figura 07.21-01), procedendo dalle frequenze più basse (e lunghezze d’onda maggiori), cioè onde radio e radiazione infrarossa, fino all’ultravioletto; nei paragrafi successivi verranno considerate le radiazioni a frequenza più elevata (e quindi a maggiore energia), ossia raggi X e raggi gamma.
I campi elettromagnetici a bassa frequenza e a radiofrequenza sono ubiqui nell’ambiente antropizzato. Tra le principali sorgenti si annoverano:
- reti di distribuzione elettrica a 50/60 Hz e impianti ad alta tensione, con campi elettrici e magnetici alternati generati da differenze di potenziale da 220 V a decine di kV;
- sistemi di radiodiffusione e telecomunicazione (radio, TV, stazioni base per telefonia mobile, link punto-punto), con ripetitori e antenne trasmittenti nelle varie bande;
- sistemi radar in ambito aeroportuale e militare;
- generatori industriali e dispositivi per riscaldamento dielettrico o a induzione, inclusi apparati di processo.
Queste radiazioni sono non ionizzanti: i fotoni hanno energie troppo basse per rimuovere elettroni dagli orbitali atomici. Gli effetti biologici consolidati dipendono dall’intensità del campo e dal regime di frequenza: a frequenze estremamente basse dominano l’induzione di correnti e la stimolazione neuromuscolare; in banda RF e microonde prevalgono gli effetti termici dovuti all’assorbimento di potenza nei tessuti. La valutazione della sicurezza si basa su grandezze fisiche standardizzate (campo elettrico in V/m, campo magnetico in A/m o induzione magnetica in T, densità di potenza in W·m⁻², tasso di assorbimento specifico SAR in W·kg⁻¹). I limiti di esposizione, definiti per intervalli di frequenza e condizioni di campo specifiche, sono stabiliti da organismi internazionali e recepiti nelle normative nazionali; essi sono fissati con ampi margini di protezione per la popolazione e per i lavoratori esposti.
La radiofrequenza (RF), in senso lato compresa tra 300 kHz e 300 MHz (lunghezze d’onda da circa 1 km a 1 m), è impiegata in medicina da decenni con finalità diagnostiche e terapeutiche. In diagnostica, un uso rilevante è nell’imaging di Risonanza Magnetica (RM): in presenza di un campo magnetico statico \(B_0\), impulsi RF accordati alla frequenza di Larmor eccitano i nuclei, consentendo l’acquisizione del segnale e la ricostruzione tomografica, particolarmente efficace per i tessuti molli. La frequenza di risonanza è data da \( f = (\gamma/2\pi) B_0 \): per i protoni, circa 42,58 MHz·T⁻¹ (ad esempio ~64 MHz a 1,5 T e ~128 MHz a 3 T).
In terapia, l’energia RF può essere veicolata in profondità per generare riscaldamento endogeno controllato. Il meccanismo prevalente combina conduzione ionica e perdite dielettriche: l’alternanza del campo elettrico determina oscillazioni di cariche e dipoli, con dissipazione per attrito viscoso nel mezzo biologico. Due famiglie applicative sono di interesse:
- diatermia a onde corte (tipicamente 13,56–27,12–40,68 MHz), finalizzata a un aumento moderato e diffuso della temperatura tissutale per modulare vascolarizzazione, estensibilità del collagene e analgesia;
- ablazione a RF (tipicamente 350–500 kHz), in cui elettrodi dedicati concentrano la corrente in un volume bersaglio, raggiungendo temperature operative di 60–80 °C, talora >100 °C per breve durata, così da provocare necrosi coagulativa e contestuale emostasi.
L’ablazione a RF facilita il rimodellamento e la contrazione del tessuto ricco di collagene, favorendo la chiusura di piccoli vasi. Le applicazioni includono, a titolo esemplificativo: ablazione di foci aritmici sopraventricolari e ventricolari, trattamento loco-regionale di lesioni epatiche e polmonari, riduzione volumetrica di tessuti ipertrofici in otorinolaringoiatria, termoneuroablazione per dolore refrattario, e procedure di medicina estetica per il rassodamento cutaneo. Il controllo della potenza erogata, del tempo di applicazione e, quando disponibile, del SAR o della temperatura misurata consente di limitare gli effetti sui tessuti sani circostanti.
Nel contesto ambientale, le emissioni di antenne per telecomunicazioni e radar, nonché dei sistemi di trasporto dell’energia elettrica, si collocano tipicamente ben al di sotto dei limiti di esposizione; eventuali effetti significativi emergono solo a livelli di campo superiori alle soglie di stimolazione neuromuscolare (a bassa frequenza) o di incrementi termici misurabili (in RF/microonde).
Le microonde coprono l’intervallo 300 MHz–300 GHz (lunghezze d’onda da ~1 m a 1 mm). I fotoni trasportano energie comprese tra circa \(10^{-6}\) e \(10^{-3}\) eV, molto inferiori ai livelli necessari per ionizzare atomi o molecole, perciò i loro effetti sono non ionizzanti e prevalentemente termici. La generazione di microonde avviene mediante dispositivi elettronici ad alta frequenza (ad esempio magnetron e klystron), o tramite amplificatori a stato solido nelle bande più basse.
Quando le microonde attraversano i tessuti biologici, l’interazione principale è il riscaldamento dielettrico: i dipoli (in primis le molecole d’acqua) tentano di riallinearsi con il campo alternato e le perdite per rilassamento dipolare, insieme alla conduzione ionica, portano a dissipazione energetica. La profondità di penetrazione dipende dalla frequenza e dalle proprietà dielettriche del tessuto (permittività e conducibilità), con penetrazioni maggiori a frequenze relativamente più basse. Frequenze d’uso comune in medicina sono 915 MHz e 2,45 GHz per diatermia e ipertermia controllata.
In ambito terapeutico, le microonde sono impiegate per:
- diatermia mirata di distretti profondi con riscaldamento selettivo rispetto ai tessuti superficiali, utile, tra l’altro, in esiti traumatici muscolari, tendinopatie e borsiti;
- ipertermia oncologica (locale, regionale o combinata con radiochemioterapia), al fine di aumentare la sensibilità delle cellule tumorali al danno terapeutico;
- ablazione a microonde, che utilizza antenne coassiali inserite nel bersaglio per creare volumi di necrosi coagulativa più ampi e rapidamente rispetto alla RF, con minore dipendenza dalla conduttività del tessuto.
Ai fini della sicurezza, si considera la densità di potenza irradiata (W·m⁻²) e, in regime di campo vicino/tessuto, il SAR (W·kg⁻¹), applicando schemi di dosimetria termica per evitare surriscaldamenti locali o “hot spot”. Per completezza, si ricorda che telefoni cellulari e forni a microonde operano nella banda delle microonde, sebbene con finalità, geometrie e potenze non comparabili con gli usi medici.
Si definisce infrarossa la radiazione elettromagnetica con lunghezze d’onda tra 1 mm e circa 0,7 μm. Per l’impiego medico risulta particolarmente rilevante il vicino infrarosso (NIR), 0,7–1,4 μm, mentre l’infrarosso medio (1,4–3 μm) e lontano (3 μm–1 mm) assumono interesse in relazione alle proprietà di assorbimento dell’acqua e di altre biomolecole.
La sorgente più naturale di IR è l’emissione termica: qualunque corpo a temperatura \(T > 0\) K emette secondo la legge di Planck, con massimo spettrale determinato dalla legge di Wien, \( \lambda_{\max} T = b \), con \( b \approx 2{,}898 \times 10^{-3} \) m·K. Il Sole presenta il picco nel visibile, ma una quota rilevante dell’energia giunge in IR; come indicato in (Figura 07.21-02), l’atmosfera terrestre, per effetto dell’assorbimento da parte della CO₂ e del vapore acqueo, attenua significativamente l’IR oltre ~2 μm. Nella stessa (Figura 07.21-02) sono riportati gli spettri di due lampade impiegabili come sorgenti infrarosse: la lampada con temperatura di funzionamento maggiore mostra un’intensità superiore nel NIR (0,7–1,4 μm), in accordo con la legge di Wien. L’irraggiamento totale segue la legge di Stefan, \( M = \sigma T^4 \).
Gli effetti dell’IR sull’organismo sono essenzialmente termici: l’assorbimento produce incremento di temperatura con conseguente vasodilatazione, aumento del flusso ematico locale e modulazione della risposta algica. L’emissione infrarossa può essere ottenuta in modo controllato con lampade, pannelli o emettitori a banda ristretta, calibrando distanza, tempo ed energia per scongiurare ustioni, soprattutto nei soggetti con sensibilità ridotta o cute fragile.
L’IR trova impieghi anche in diagnostica. La termografia a infrarossi, basata su rivelatori a stato solido sensibili all’emissione termica cutanea (emissività cutanea circa 0,98), produce mappe di temperatura superficiale che possono evidenziare asimmetrie di perfusione o processi infiammatori. È possibile, ad esempio, delineare in emissione termica il decorso di vasi superficiali poiché, essendo leggermente più caldi dell’epidermide, emettono IR con intensità maggiore, coerentemente con \( M \propto T^4 \). Tuttavia, la specificità clinica è limitata e il rischio di falsi positivi è non trascurabile, ragione per cui l’uso diagnostico è selettivo e circoscritto. L’IR è invece ampiamente impiegato nei termometri senza contatto e negli scanner termici per la misura rapida della temperatura corporea, come nelle campagne di screening (ad esempio durante la pandemia di COVID-19).
Esempio numerico: per un corpo a temperatura cutanea di 310 K, la legge di Wien fornisce \( \lambda_{\max} \approx b/T \approx 2{,}898 \times 10^{-3} \,\text{m·K} / 310\,\text{K} \approx 9{,}35 \,\mu\text{m} \), valore coerente con il fatto che la radiazione termica corporea ricade principalmente nell’infrarosso medio-lontano.
Il tratto dello spettro elettromagnetico percepibile dall’occhio umano è stato trattato in Ottica; qui si focalizza l’attenzione su una sorgente luminosa speciale che, sfruttando transizioni atomiche selettive e una cavità risonante a specchi, genera radiazione coerente e altamente collimata con applicazioni estese in Medicina. Il termine laser deriva dall’acronimo inglese Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation. La base teorica dell’emissione stimolata fu formulata da A. Einstein nel 1917, mentre la prima realizzazione operativa risale al 1960 (laser al rubino di T. H. Maiman). I laser non sono limitati al visibile: esistono sorgenti operative nell’infrarosso, nell’ultravioletto e, oggi, anche nella banda dei raggi X.
Il funzionamento di un laser richiede tre ingredienti essenziali: un mezzo attivo, un meccanismo di pompaggio che realizzi l’inversione di popolazione e un risonatore ottico. Nel mezzo attivo (cristallino, gassoso o a semiconduttore) l’energia fornita dal pompaggio porta più atomi o molecole in uno stato eccitato rispetto allo stato fondamentale; in tali condizioni, un fotone incidente di frequenza adatta può indurre l’emissione di un secondo fotone identico per energia, fase e direzione (emissione stimolata), generando luce coerente. La cavità risonante, solitamente due specchi contrapposti, seleziona le frequenze e amplifica i modi sostenuti dalla cavità. Le proprietà caratteristiche del fascio laser – monocromaticità, coerenza spaziale e temporale, bassa divergenza – permettono di concentrare potenza elevatissima su spot micrometrici tramite lenti o fibre ottiche.
Grazie a tali proprietà, la densità di potenza raggiungibile è molto elevata. Per esempio, un impulso di 1,0 W focalizzato in uno spot di diametro 30 μm ha un’area di circa 7,1×10⁻¹⁰ m² e quindi un’irradiazione prossima a 1,4×10⁹ W/m², sufficiente per indurre taglio, coagulazione o ablazione controllata dei tessuti. I laser possono operare in regime continuo (CW) o pulsato; la durata dell’impulso, in relazione al tempo di rilassamento termico del bersaglio, consente di limitare il danno termico alle sole strutture volute (principio della fototermolisi selettiva).
Tra le sorgenti più diffuse in ambito medico si annoverano:
- CO₂ (10,6 μm), con forte assorbimento da parte dell’acqua tissutale, impiegato per taglio e vaporizzazione in chirurgia generale e dermatologica;
- Nd:YAG (1.064 nm) e sue armoniche (532 nm), utilizzati per coagulazione profonda, emostasi e trattamenti endoscopici;
- Er:YAG (2,94 μm), indicato per microablazioni a contenuto termico ridotto su tessuti ricchi d’acqua, inclusa la cornea;
- argon (488/514 nm), in oculistica per fotocoagulazione retinica selettiva;
- laser a eccimeri (ArF 193 nm, KrF 248 nm), per ablazione fotochimica di precisione in chirurgia refrattiva;
- laser a femtosecondi (near-IR), per tagli subcellulari e creazione di lembi corneali con minimo danno collaterale.
In Biologia e Medicina il laser trova applicazione nella spettroscopia ad assorbimento e fluorescenza, nella citofluorimetria a flusso, nell’attivazione fotochimica di molecole (ad esempio in fototerapia dinamica), nella fotocoagulazione e come microbisturi fino a scala cellulare. Un uso classico è in oftalmologia per prevenire il distacco di retina tramite fotocoagulazione (Figura 07.21-03). I precedenti fotocoagulatori a lampade ad arco generavano spot di 0,5–1,0 mm con maggiore dispersione termica e necessità di anestesia retrobulbare. L’impiego di laser consente impulsi brevi e spot dell’ordine di 50 μm o inferiori, concentrando l’energia su aree microscopiche con maggior precisione e, di norma, con sola dilatazione farmacologica dell’iride.
In chirurgia refrattiva corneale, i laser a eccimeri realizzano una fotodissociazione estremamente controllata della superficie corneale (Figura 07.21-04), modificandone il raggio di curvatura per la correzione di difetti refrattivi come la miopia. In dermatologia, la diversa attenuazione dell’energia laser in funzione della lunghezza d’onda e dei cromofori tissutali (melanina, emoglobina, acqua) rende possibili terapie selettive in profondità, basate su effetti termici e fotochimici; emissioni pulsate possono produrre anche effetti meccanici localizzati (fotoacustici) utili, per esempio, nella rimozione di pigmenti.
L’impiego chirurgico del laser – in ginecologia, gastroenterologia, urologia anche per via endoscopica, e in chirurgia generale – consente incisione e coagulazione con elevata accuratezza. Rispetto al bisturi elettrico, oltre alla maggiore precisione e all’assenza di correnti attraverso il paziente, si ottiene una migliore gestione dell’emostasi e una riduzione del danno termico periferico quando la scelta di lunghezza d’onda e tempi di impulso è appropriata.
La sicurezza è regolata da classi di rischio riportate su ciascun dispositivo; per laser di classe superiore alla II sono obbligatori l’analisi del rischio e specifiche misure di protezione. Devono essere impiegati occhiali con adeguata densità ottica alla lunghezza d’onda del laser, e l’ambiente deve evitare superfici a riflessione speculare. La possibilità di lesione a distanza è elevata per la scarsa divergenza del fascio e anche le riflessioni diffuse possono risultare pericolose.
La banda ultravioletta (UV) occupa l’intervallo spettrale tra il visibile e i raggi X, con lunghezze d’onda inferiori a 0,4 μm (400 nm). Ai fini biologici e sanitari si considerano le seguenti sottoregioni:
- UVA: 400 - 315 nm
- UVB: 315 - 280 nm
- UVC: 280 - 100 nm.
Gli UV, compresi tra le radiazioni ottiche, possono essere generati per emissione termica da sorgenti ad altissima temperatura o per eccitazione atomico-molecolare in gas rarefatti (scariche e archi elettrici). La sorgente naturale predominante è il Sole (Figura 07.21-05), approssimabile a un corpo nero di temperatura efficace circa 5.800 K. La legge di Wien, \( \lambda_{\mathrm{max}} T = b \), con \( b \approx 2{,}898 \times 10^{-3} \,\mathrm{m \cdot K} \), fornisce per la massima emissione \( \lambda_{\mathrm{max}} \approx 500 \,\mathrm{nm} \). Tuttavia, per effetto dell’assorbimento atmosferico, il massimo della distribuzione spettrale al suolo risulta spostato verso \( \lambda_{\mathrm{max}} \approx 600 \,\mathrm{nm} \) (Figura 07.21-05). Gli UV che raggiungono la superficie terrestre sono sostanzialmente quelli con \( \lambda \gtrsim 280 \,\mathrm{nm} \) (UVA e parte degli UVB).
Le radiazioni tra 200 e 100 nm sono assorbite dall’aria: negli strati alti, l’ossigeno molecolare assorbe fortemente sotto circa 180 nm, generando ozono (O₃); l’ozono, a sua volta, assorbe intensamente tra ~200 e 300 nm (bande di Hartley e Huggins), limitando l’arrivo degli UVC e di gran parte degli UVB. La quantità di UV che giunge al suolo dipende inoltre da vari fattori (Figura 07.21-05):
- lo spessore d’atmosfera attraversato, funzione dell’altezza solare e della latitudine;
- la copertura nuvolosa, che diffonde più efficacemente le radiazioni a corta lunghezza d’onda;
- l’inquinamento atmosferico (aerosol, fumi, smog), che incrementa diffusione e assorbimento degli UV;
- la quota altimetrica, poiché l’attenuazione atmosferica diminuisce con l’altitudine;
- l’albedo del suolo: neve e ghiaccio possono riflettere una frazione rilevante della radiazione UV, aumentando l’esposizione indiretta.
Tra le sorgenti artificiali di UV si annoverano lampade a incandescenza ad alta temperatura, archi elettrici, tubi fluorescenti e lampade a scarica. In ambito medico sono comuni le lampade a vapori di mercurio, in cui una scarica elettrica in un tubo di quarzo (trasparente agli UV, a differenza del vetro sodocalcico) produce righe spettrali nel violetto e nell’UV, con forte emissione a 253,7 nm. L’impiego efficace richiede conoscenza delle proprietà di trasmissione dei materiali: il vetro ordinario è opaco agli UVC e a gran parte degli UVB, mentre il quarzo e vetri speciali trasmettono le bande UV; l’acqua presenta coefficiente di assorbimento crescente al diminuire di λ, ma radiazioni tra 400 e 300 nm possono penetrare per alcuni centimetri.
La frequenza degli UV comporta energie fotoniche tali da produrre eccitazioni elettroniche, rottura di legami chimici e, per le lunghezze d’onda più corte, ionizzazione. L’energia del fotone è \( E = h\nu = hc/\lambda \); per \( \lambda = 300 \,\mathrm{nm} \), \( E \approx 4{,}1 \,\mathrm{eV} \), valore comparabile con l’energia di legami carbonio–carbonio in molte biomolecole. Di conseguenza, oltre agli effetti termici, gli UV inducono processi fotochimici con impatto biologico rilevante.
Un esempio benefico è la sintesi di vitamina D: nel derma e nell’epidermide il 7-deidrocolesterolo assorbe UVB e si converte in pre-vitamina D₃, successivamente isomerizzata in vitamina D₃ attiva. L’efficacia spettrale è massima nella banda UVB, con picco nell’intorno di 295–300 nm.
L’esposizione cutanea induce eritema e, successivamente, abbronzatura. L’eritema riflette vasodilatazione e risposta infiammatoria ad agenti fotoindotti; la pigmentazione deriva dalla melanogenesi e dal trasferimento di melanina, che aumenta l’assorbimento UV e protegge gli strati profondi dell’epidermide. La curva d’azione eritemigena (Figura 07.21-05) mostra massima efficacia attorno a 300 nm; gli UVB, pertanto, sono molto più eritemigeni degli UVA, i cui limiti di esposizione tollerabile risultano di circa tre ordini di grandezza più elevati. Gli UVA, pur meno efficaci nel provocare eritema acuto, contribuiscono a fotoaging e a danno ossidativo nel lungo termine.
L’esposizione cronica alla radiazione solare aumenta il rischio di neoplasie cutanee. Per lunghezze d’onda inferiori a ~320 nm, gli UV giocano un ruolo eziologico nella carcinogenesi cutanea; individui con elevata esposizione solare o residenti a basse latitudini presentano incidenze maggiori di tumori su aree fotoesposte. Per la prevenzione, diversi Paesi riportano quotidianamente l’indice UV (UVI) per modulare i comportamenti di esposizione, anche in relazione alle variazioni dello strato di ozono stratosferico.
Le lampade abbronzanti, specie se utilizzate senza controllo, aumentano il rischio di melanoma e di altre neoplasie cutanee; l’uso va limitato e regolamentato. Gli occhi sono protetti in misura significativa: cornea, umor acqueo e cristallino assorbono la maggior parte degli UV, ma un eccesso di esposizione può causare cheratite attinica (ad esempio su neve e ghiaccio, per l’elevata riflettanza) e, nel lungo periodo, favorire opacità del cristallino.
Gli UV possiedono anche una marcata attività battericida, massima intorno a 260 nm, lunghezza d’onda in prossimità del picco di assorbimento del DNA; l’effetto è dovuto alla formazione di dimeri di pirimidina e ad altre lesioni fotoprodotte nel materiale genetico. Livelli sufficienti per disinfezione di aria, superfici e acqua si ottengono con sorgenti artificiali (tipicamente lampade a mercurio a 253,7 nm o lampade a eccimeri), con appropriati controlli di sicurezza per evitare danni a cute e occhi.
In sintesi, l’interazione UV-tessuti dipende dalla lunghezza d’onda, dalla dose e dal tempo di esposizione. La gestione clinica e preventiva richiede la combinazione di schermatura ambientale, dispositivi di protezione individuale e strategie di esposizione informate dall’indice UV locale.
